• Angela Iantosca

Caterina Rocchi: "Pane e Manga"

Deve essere stata giapponese in qualche vita precedente. Lo dice ogni sua cellula, il precoce interesse per l’oriente, per quella cultura, i manga. Ma deve essere stata anche una guerriera. Lo dicono le sue parole determinate, piene, coraggiose e indirizzate su una strada chiara da molto tempo. Da quando aveva solo 13 anni, ma già doveva studiare giapponese. Caterina Rocchi così ha cominciato a destreggiarsi in quella lingua così complessa e che in ogni suo tratto racchiude la complessità di una cultura imperscrutabile, per poi compiere a quattordici anni il suo primo viaggio a Tokyo per seguire i corsi dei più importanti maestri giapponesi, divenendo nel tempo lei stessa una disegnatrice affermata in quella terra lontana, ottenendo molti riconoscimenti per i suoi lavori e le sue interviste pubblicate sulle testate giornalistiche più importanti del Giappone.

“Le prime sette volte mi ha accompagnato mia madre, ero minorenne e in Giappone la maggiore età si raggiunge a 20 anni. Passavamo l’estate a Tokyo: bella, divertente, un clima infame, faticosissima. Poi ho continuato da sola a volare a Tokyo almeno una volta l’anno, ma erano già viaggi di lavoro”. Così ha fondato Lucca Manga School, al grido (social) di “Pane e Manga”!

Quale è stato il primo contatto con il Giappone e i manga?

“Possiamo contare il mio primo contatto quello degli anime: i cartoni animati che guardavo da piccola erano quasi esclusivamente giapponesi, anche se ancora non lo sapevo. Certo, avevano dei nomi buffi e il cibo che mangiavano era diverso da quello che trovavo nel piatto a pranzo, ma parlavano italiano quindi da bambina non mi ero fatta grandi domande. Solo in seguito ho scoperto che seguivo prodotti giapponesi da ben prima di comprare il mio primo manga”.

Da cosa è scaturita questa passione?

“Ho sempre avuto la passione per il disegno e la lettura, anche per il fumetto, ma nei fumetti a mia disposizione c’era sempre qualcosa che mi separava dai protagonisti: Topolino, Lupo Alberto, Dylan Dog… Tutti fumetti con protagonisti maschili e adulti. Una bambina non può certo capire fino in fondo perché Lupo Alberto volesse starsene da solo con la sua gallinella, così come non avrei potuto sentire vicini i problemi che può avere Wonder Woman, quindi chiaramente faticavo a entrare del tutto nella storia. Per me i manga sono stati una scoperta perché per la prima volta c’erano dei fumetti anche per me, con delle ragazze giovani come protagoniste, persone normali con vite normali, ma anche avventure straordinarie. Questo è ciò che davvero ha fatto scoccare la scintilla per me: per la prima volta mi sentivo capita”.

Qual è il fascino segreto del Giappone?

“Una parte del Giappone della quale ho nostalgia è il rispetto dell’altro. C’è un forte senso di responsabilità per gli spazi in comune, è difficile trovare graffiti nei bagni o spazzatura per terra, perché c’è una cultura del rispetto e della comunità estremamente radicata. Anche per strada è difficile che si venga infastiditi normalmente, non ci sono giacchette verdi che ti inseguono per strada chiedendo una firma per mettere fine alla deforestazione. Ci sono sempre le eccezioni, ma sono talmente localizzate che si può facilmente imparare ed evitare le zone di disturbo”.

Quale è la differenza tra la cultura dei manga in Giappone e la loro trasposizione italiana?

“In Giappone sicuramente il manga è più radicato, ma in realtà anche in Italia non siamo messi malissimo come cultura manga. La maggior parte delle persone della mia età, così come la generazione precedente, ha visto almeno un anime nella loro vita e tanti di noi sono proprio cresciuti con anime e manga, quindi trovo naturale che anche in Italia ci siano autori che vogliono intraprendere il proprio percorso fumettistico legandosi a questa tecnica. Negli anni sta venendo sdoganata sempre di più questa presenza nelle fumetterie, nelle librerie, trovo lo scaffale dedicato ai manga persino al supermercato. Ormai non è più possibile chiamarlo un fenomeno o una meteora, i manga sono qui per restare”.


Come ha reagito la sua famiglia a questa passione?

“Era già chiaro che non avrei fatto ragioneria, quindi non si sono stupiti troppo. Sicuramente non si aspettavano che andassi a puntare proprio al Sol levante, ma per fortuna sono stati molto comprensivi e mi hanno supportato tanto da accompagnarmi fino in Giappone. Non sarei dove sono ora se non avessi avuto il loro aiuto e il loro supporto. Anche per questo ho fondato la mia scuola di manga, mi sembra naturale cercare di rendere e condividere ciò che mi è stato dato, e rendere più accessibile questo tipo di educazione così specializzata”.

È stata una passione condivisa con qualche compagno di scuola?

“Sì, ma in realtà ero sempre io la più lanciata da questo punto di vista. Alle medie avevo un quaderno con la mia compagna di banco dove disegnavamo una vignetta ciascuna, in successione, creando così una storia a quattro mani. Ci è stato sequestrato diverse volte… Per me a scuola in realtà era importante tenere le mani in movimento per mantenere la concentrazione, anche ora se non faccio un paio di cose in contemporanea finisco per distrarmi. Inutile dire che non ho avuto la vita scolastica più rosea possibile, con professori che si lamentavano che disegnassi durante le lezioni anche quando ero al liceo artistico, e anche per il 99% dei compagni di classe rimanevo sempre quella strana”.

Come ha avuto l'idea di trasformare il tutto in una scuola e in un'opportunità di crescita per l'Italia?

“La scuola è nata un po’ per caso e per passione, già andavo in Giappone un paio di mesi l’anno da quando avevo 14 anni ma in realtà volevo studiare il più possibile, quindi quando si è presentata l’occasione di invitare uno dei miei maestri in Italia l’abbiamo colta. Avevo 17 anni, e non avevo idea di cosa sarebbe diventato quel corso fatto in una classe presa in prestito. Nel 2021 abbiamo toccato i 1.000 studenti e 200 corsi, tra brevi e biennali, sia online che nella nostra sede da 1.000 metri quadri. Non potrei essere più sorpresa e più fiera”.

Lucca manga school è molto di più di una scuola: l'arte, lo studio, l'incontro con le altre culture possono essere una chiave di volta per superare le diversità, combattere il pregiudizio, la prevaricazione e anche il bullismo?

“Sicuramente espandere i propri orizzonti è il primo passo per migliorarsi. Ho imparato tanto dai miei viaggi in Giappone e dal mio tempo passato nella scuola dell’obbligo, e devo dire che l’obbligo l’ho sentito tutto. Quando è arrivato il momento di prendere delle decisioni, quindi, ho potuto basarmi sulle mie esperienze di prima mano per cercare di renderlo un posto sicuro, non solo un luogo di apprendimento ma anche di crescita. Una delle maniere più semplici in cui abbiamo migliorato la qualità di vita degli studenti sono le classi ridotte, 10 studenti per corso o meno, per permettere all’insegnante di parlare con ogni studente e tenere tutti sotto controllo. I nostri studenti sono abituati ad essere gli unici in classe con una passione, quelli strani, quindi poi quando arrivano hanno la guardia alta perché si aspettano di essere presi di mira come a scuola. Come me. Invece scoprono di non essere soli, e nel giro di un giorno già cominciano a crearsi i primi legami, cominciano a mostrarsi. Come insegnanti andiamo a conoscere lati di questi ragazzi che nemmeno riescono a mostrare ai loro genitori, quindi è importante per me che gli insegnanti siano ben preparati da questo punto di vista”.

Quali sono i prossimi progetti?

“Al momento stiamo lavorando tanto con i corsi online, creando nuovi corsi brevi a tema per far sì che gli studenti possano creare il proprio percorso di studi. Ad esempio abbiamo tanti approfondimenti sui vari generi, o target che dir si voglia, come Shounen, Shoujo, Seinen ma anche Fantasy. Uno degli ultimi corsi che abbiamo lanciato si focalizza interamente sulla creazione della copertina, incluso il logo con il titolo della storia. Nei corsi biennali invece abbiamo lanciato da poco il corso di Webtoon in due anni, come negli altri biennali abbiamo al primo anno tutta una serie di argomenti come anatomia, prospettiva, struttura narrativa e della tavola, mentre nel secondo anno ogni studente crea il capitolo pilota di una sua serie. Questi capitoli pilota vengono poi proposti a un editore, per accompagnarli fino al colloquio. Anche il corso di Webtoon è strutturato in questo modo, ma in questo caso ci basiamo sulla struttura a scorrimento verticale dei fumetti online coreani, un nuovo formato che sta prendendo sempre più piede in rete con autori anche molto conosciuti”.

Come si lega la scuola al Lucca Comics?

“In realtà non si lega, siamo connessi dalla vicinanza a Lucca, ma non abbiamo progetti in comune… per ora! La nostra presenza alla fiera ovviamente è garantita comunque, e abbiamo anche portato diversi autori dal Giappone come ospiti della fiera, però chiamare noi per chiedere di comprare un biglietto non serve a molto ecco”.

Come ha scelto gli insegnanti della scuola?

“Il primo criterio è la capacità comunicativa. Ovviamente la qualità e la preparazione sono elementi chiave, ma trovo che scovare persone brave a insegnare sia più difficile di trovare persone brave a disegnare. La preparazione tecnica da sola non basta, un insegnante deve essere anche bravo a comunicare, spiegando in maniera efficace senza troppi giri di parole e con chiarezza. Mi sono trovata troppe volte con artisti sublimi ma incapaci di trasmettere un concetto, quindi sono molto attenta che i miei insegnanti non siano solo bravi a disegnare ma anche bravi a spiegare”.

Pink Power: come è diverso il ruolo della donna in Italia rispetto al Giappone?

“Questa è una matassa non da poco. Ci sono tanti motivi per cui in Giappone il movimento femminista sia ancora indietro, innanzi tutto perché in Giappone sono estremamente restii al progresso: robot, intelligenza artificiale, capsule hotel, sembra fantascienza da fuori, ma una volta dentro il sistema è ben diverso. Le persone sono molto più chiuse mentalmente di quanto non possa sembrare, e si incontra una rigidità sorprendente. Inoltre, essere paritari nei ruoli secondo me non è realmente desiderabile al momento, quando l’uomo di casa esce alle 7 e torna alle 2 la notte, come si fa a dire “voglio farlo anche io”? Che indipendenza c’è nel chiudersi in un ufficio dove devi leccare le scarpe di quello che ti sta sopra, subendo le frustrazioni dei capi e dovendo poi uscirci insieme per versargli da bere tutta la notte esattamente come fanno tutti gli altri colleghi? Penso che pure io preferirei fare la casalinga in una situazione del genere. L’esempio più lampante che posso fare è che in Giappone nei locali spesso e volentieri si trova il bagno per donne, e il bagno misto. Non donne-uomini, donne e misto. L’uomo non ha vita al di fuori del lavoro, e finché non migliorerà questa condizione sarà difficile trovare supporto nel movimento femminista. Questo non significa che non ci siano donne fuori dagli schemi, anzi nel mondo artistico ne ho trovate sicuramente di più di quante non se ne trovano in ufficio, e la loro compagnia è sempre un bicchiere di acqua fresca nel deserto di Tokyo”.



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