• Angela Iantosca

Cira, "La donna con le Ali" a Scampia

Non ha avuto un’infanzia facile Cira Celotto. Ma ce l’ha fatta. Per questo mesi fa mi contattò l’amico Pietro Nardiello, oggi scomparso: perché sono queste le storie che amo. Le storie di resistenza, di cambiamento, di difficoltà e possibilità, di forza e determinazione. Proprio come racconta ogni gesto di Cira. Perché lei è “La Donna con le ali”, edito da Gianmario Edizioni (Collana (R)esistenza).

«Sono figlia di una famiglia numerosa con un padre (Giovanni - ndr) che faceva fatica a mantenerci e che maltrattava mia madre (Anna – ndr). Ho vissuto la fame e la miseria. L’unica cosa buona dei miei ricordi è che eravamo tanti. Noi otto fratelli eravamo il nostro mondo, ci sostenevamo, facendoci scudo l’un l’altro, per proteggerci da tutto ciò che ci faceva male».



Cira Celotto è nata a Portici, in una famiglia numerosa, quarta di dieci figli, dei quali due morti. La mamma era casalinga e il padre contrabbandiere. «Papà non c’era mai. Era pesante l’atmosfera, ma per fortuna potevo contare sulla seconda sorella, Maria, molto simile a me. Eravamo entrambe molto sensibili e questo ci faceva soffrire più degli altri. La chiamo ancora oggi mamma: è lei che mi ha cresciuta».

Parlavano poco, ma si capivano nei silenzi, Cira e la sorella.

«Cercavamo sempre di non parlare. Ci faceva male pensare a ciò che si viveva in casa. Allora pensavamo ad altro: giocavamo con le bambole, ci truccavamo a vicenda, ci pettinavamo. Cercavamo di andare oltre».

Nonostante la necessità di cominciare a lavorare da bambina.

«Ho cominciato a lavorare ad 8 anni: con mia sorella mettevo i prodotti sugli scaffali dei supermercati. Allora non c’era l’dea dello sfruttamento minorile. In cambio del nostro impegno ci davano la spesa da portare a casa. A scuola andavamo di mattina e poi a lavorare alle 5 del pomeriggio, ma andava bene anche quello: avremmo fatto di tutto per scappare dalla situazione familiare. La verità è che cercavamo di stare poco o niente a casa…».

Come era tua mamma?

«Ricordo delle cose atroci: scappava da mio padre, anche se mi ha sempre trasmesso forza. Le dicevo che doveva separarsi, che non doveva subire, ma lei non c’è mai riuscita, perché pensava a noi figli e al fatto che ci avrebbe privati di un padre. Allora non la capivo: non capivo come fosse possibile sopportare per ‘amore’. Ma pian piano lo ha cambiato. E questa cosa ha permesso a me e mio padre di riconciliarci. Oggi posso dire di avere con lui un buon rapporto. Nonostante il dolore, lo amo. Anzi, ammetto di essere sempre stata innamorata di lui: un amore innato non giustificato, perché non si può amare un genitore simile. Quando mi sono sposata, lasciando casa, lui ha cominciato a mostrare affetto. Ma solo nel 2020 mi ha abbracciato per la prima volta».

Quando hai cominciato a mangiare molto e a prendere peso?

«Ho cominciato con lo sviluppo, a 10-11 anni. Venendo da una famiglia povera, sono cresciuta mangiando tanti carboidrati a pranzo e a cena, perché ci dovevano riempire la pancia. Non avevamo amicizie. Stavamo sempre in casa. Il nostro rifugio era il cibo spazzatura. Anche i miei fratelli quindi, sono diventati come me nel tempo, sia le sette femmine che l’unico maschio, e mi fa male dire che loro non sono riuscita ad aiutarli, così come ho fatto con tante altre persone».

Quando hai lasciato la scuola?

«Ho frequentato fino alla terza media. I miei non potevano pagarmi gli studi e bisognava portare qualcosa a casa. Mi sono rifatta nel tempo, prendendo qualche titolo in modo autonomo…».

Tutto questo finché non sei andata via di casa.

«È accaduto a 23 anni. A 13 mi ero fidanzata con un ragazzo fantastico che poi è diventato mio marito. Lo amavo tanto, ma ho deciso di sposarmi così presto per fuggire da tanto dolore. Lui per me era una speranza. Mi è sempre stato accanto: quando ci siamo fidanzati lui studiava e poi la sera lavorava in pizzeria. Mi aiutava economicamente per le cose principali, per comprarmi un completino intimo o per acquistare qualche prodotto per la cura della persona. È stato la mia luce. Mi ha sempre dato quell’affetto che non ricevevo a casa, essendo noi molto numerosi. Nella sua famiglia ho trovato una madre e un papà: lui è stato il mio iniziare a vivere. Negli anni del fidanzamento, poiché lui era molto geloso, non andavo in giro per lavorare, ma rimanevo nel mio palazzo dove facevo la speaker radiofonica per cantanti neomelodici e poi la babysitter. Mi diceva sempre: “Ci penso io a te”. Aiutava anche la mia famiglia…».

Come è stata presa la decisione di sposarti?

«Quando ho deciso di sposarmi, mamma e le sorelle l’hanno presa male, perché io ero quella che cercava di dare amore… Mia mamma ancora piange perché mi vorrebbe a casa. Ero la più affettuosa. Ora con mia mamma è rimasta solo una sorella, che è ragazza madre. Tutte le altre si sono sposate. Qualcuna cambiando radicalmente la propria vita, qualcun’altra no: diciamo che non tutte sono state fortunate come me e non hanno avuto la forza di apportare un cambiamento radicale nella propria vita».

Dopo il matrimonio hai avuto due bambine. Ma, nonostante la gioia della maternità e dell’essere felicemente sposata, hai continuato a mangiare arrivando a pesare 92 kg. Cosa è successo che ti ha fatto cambiare prospettiva?

«Mio marito, che è un grande sportivo, lavora nell’esercito. Ad un certo punto sono cominciate ad arrivare sempre più donne. Insomma, è subentrata la gelosia e mi sono resa conto di quanto fossi trascurata, di come non avessi cura di me: ero un’anti-donna per eccellenza. Mi è subentrata la paura di perderlo e quindi ho cercato dentro di me tutta l’energia possibile per rimettermi in forma. Sono stata durissima: ho cominciato ad evitare di mangiare a pranzo da mia madre, ho cominciato a camminare, a fare sport. Ho messo un punto alla me del passato. È vero, ci vuole coraggio per cambiare, ma ce la possiamo fare».

Tuo marito cosa ha fatto?

«Mio marito ha avuto un ruolo fondamentale. Mi è stato accanto nei momenti difficili, nei quali rinunciavo a qualsiasi sfizio, e soprattutto abbiamo cominciato a condividere la passione per lo sport. Mi ha insegnato tanto fino a cominciare a fare corsi di formazione insieme, diventando prima lui personal trainer e istruttore per allenamento funzionale e poi io istruttrice. Ma soprattutto ho perso quasi 40 kg».

Le tue figlie come hanno reagito al cambiamento?

«La grande ha subìto poco, perché nel crescere lei mi ha avuto quasi sempre accanto: io ho cominciato a lavorare nel fitness che lei era grande. La piccolina ha sofferto un po’ di più, perché ho cominciato a dedicarmi all’attività fisica quando lei aveva quattro anni. Ho cominciato allenandomi due ore al giorno, poi sempre di più. La più grande ha notato molto il mio cambiamento. Ha fatto fatica, ma ora è la mia migliore amica: mi dà forza e coraggio».

Le tue sorelle come hanno vissuto questo?

«Due, tre vanno fiere, in altre è subentrata gelosia: con alcune ci siamo un po’ allontanate. Invece mia mamma è fiera di me: sono il suo riscatto».

E per le donne di Scampia?

«Per le donne di Scampia sono la loro ‘Madonna’: mi hanno detto che vogliono farmi una statua al centro di Scampia. Ho rivoluzionato la loro vita. Anche se l’approccio non è stato semplice: all’inizio mi dicevano di stare attenta, invece l’amore è scattato subito e ora ci sono 600 iscritte che vengono a rimettersi in forma nella mia palestra, che si trova nell’Officina delle Cultura Gelsomina Verde. Quando ho chiesto uno spazio nella loro struttura non sapevo niente, non conoscevo la storia di Gelsomina. Poi ho capito. E ho collegato tutto nella mia testa e mi è sembrato tutto legato: l’Officina è intitolata ad una vittima di camorra e io ho aperto una palestra che rappresenta un po’ il riscatto per queste donne. A breve aprirò anche uno sportello per l’ascolto di donne vittime di violenza».

Quanto la tua palestra è una zattera?

«Se ti do in mano il mio cellulare lo getti dal finestrino: mi chiamano continuamente, mi scrivono (Ride felice - ndr). Arrivano da me per sapere cosa mangiare, ma vengono per altro: per trovare l’oasi del benessere, per stare distaccate, per stare in mezzo ad altre donne. Molte di loro sono vittime di violenza, qualche loro compagno ha tentato di ucciderle. Ci sono tante situazioni difficili e la palestra chiusa, causa lockdown, è stato un lutto».

Cosa hai scoperto di Scampia?

«Hanno tutte sete di attività. Cercano emozioni e luoghi in cui essere ospitate. Hanno il desiderio di fare qualcosa per se stesse, cercano spiragli di luce ovunque e ho scoperto che tutte hanno un cuore pazzesco: ma non l’ho scoperto io, aspettavano qualcosa che le accogliesse verso il cambiamento, anche per una sola ora».


LA DONNA CON LE ALI

È stato pubblicato pochi mesi fa da Gianmarino Editore, all’interno della collana (R)Esistenza.

Il libro è stato inserito nel “Pacco alla camorra” 2021 che per il secondo anno consecutivo vede la partecipazione della Polizia di Stato. L’iniziativa è ideata da Nuova Cooperazione Organizzata, che raccoglie le associazioni della provincia di Caserta che coltivano le terre sequestrate alla mafia.

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