• Angela Iantosca

Come il Nord ha aperto le porte alla ’ndrangheta

“Ragionare con il proprio cervello è il modo migliore per combattere le mafie”. Lo hanno detto Nicola Gratteri e Antonio Nicaso qualche giorno fa alla giornalista Paola Botteri in occasione della presentazione romana del loro ultimo libro “Complici e colpevoli – Come il Nord ha aperto le porte alla ’ndrangheta” (Mondadori), presso il Teatro Manzoni.


“La ’ndrangheta, dopo essere stata un fenomeno di controllo sociale - spiega Nicaso -, dopo essere diventata un sistema integrato, si è trasformata in agenzia di servizi, è arrivata al Nord ed ha offerto manodopera a basso costo, servizi nel settore dell’edilizia, trasporto degli inerti, ha individuato cave dove sversare rifiuti urbani e nocivi. Qui ci sono stati imprenditori e politici che si sono comportati secondo logiche di convenienza, motivo per cui non regge l’idea del contagio avvenuto durante l’obbligo di soggiorno dei mafiosi. Perché l’obbligo di soggiorno ha causato solo reati di tipo predatorio. Poi c’è stata una seconda fase collusiva che ha portato i mafiosi ad entrare in contatto con il mondo economico e i politici. Adesso stiamo attraversando una fase ancora più pericolosa, quasi simbiotica, simile al rapporto tra acqua e pesce dove ci sono concorsi di colpa, con imprenditori che partecipano a determinati reati. Ci riferiamo a fatture per operazioni inesistenti, estorsioni scambiate per consulenze, iva imposta sulla fattura. Tutto ciò porta l’imprenditore a non essere più vittima, ma partecipe. La nostra idea, dunque, era far capire che le mafie non sono il prodotto della mentalità di un territorio. Se le mafie sono il prodotto di una cultura e di un territorio sarebbero rimaste al Sud e invece sono riuscite a radicarsi al Nord. Qualcuno parla ancora di infiltrazioni, ma ormai non è così! Purtroppo c’è questa lunga e colpevole sottovalutazione che continua ancora oggi”.

È il 1954, siamo in Lombardia. Un signore di San Ferdinando, paese nella piana di Gioia Tauro, porta sigarette di contrabbando in questa regione. Inizia così la storia della ’ndrangheta in Lombardia. Eppure nel 2021 ancora si parla con stupore di compravendita di voti: pensate che in Lombardia un voto vale 50 euro e nel libro si parla di questo personaggio che viene condannato perché ha pagato 4mila voti 200mila euro. Una pratica normale, come più volte Nicaso e Gratteri hanno spiegato. Un tempo la ndrangheta cercava i politici ora è il contrario. Quando è nata questa inversione?

“Questo esempio spiega che non è il soggiorno obbligato che ha portato alla presenza e al rapporto ’ndrangheta e politica nel nord Italia - spiegano Nicaso e Gratteri -. In Lombardia le mafie sono arrivate entrando nel mondo dell’edilizia, offrendo smaltimento dei rifiuti con ribassi del 40%, manodopera sottopagata in nero oppure sub appalti con realizzazioni di opere in difformità al progetto. Eppure è accaduto che si è continuato negli anni Novanta fino al 2006 a sentire anche prefetti, magistrati antimafia, addetti ai lavori affermare che a Milano, in Lombardia la ’ndrangheta non c’era. Che il problema era Cosa nostra. Salvo poi cavalcare la tigre intestandosi lavoro fatto da altri, negando ciò che avevano affermato prima. Salvo poi saltare sull’altro carro quando noi da Reggio Calabria abbiamo fatto indagini e dato pezzi consistenti di intercettazioni telefoniche, ambientali e di riprese dove abbiamo anche detto dove mettere le telecamere… a quel punto si è fatto un giro a 360 gradi e a quel punto allora esisteva solo la ’ndrangheta. Ma a quel punto era troppo tardi perché non si è intuito che era la ndrangheta a rifornire la più grande piazza d’Europa di cocaina, che è Milano, dove c’è il più grande consumo di cocaina. Quando la ’ndrangheta faceva arrivare tonnellate di cocaina a Milano si continuava a dire che il problema non era la droga, ma l’associazione a delinquere di stampo mafioso. Ma se la ’ndrangheta ti rifornisce l’80% di cocaina e tu non contrasti la cocaina, come fai poi a dimostrare che quel negozio, quell’albergo, quel supermercato è stato costruito con i soldi della cocaina? Quindi c’è stata una sottovalutazione nella strategia di contrasto alla ’ndrangheta e oggi l’hinterland milanese è esattamente come i paesi a più alta densità mafiosa della Calabria. Noi siamo stati a Corsico, Buccinasco e qui c’è un’omertà che è simile e anche peggio a quella che si trova in Calabria, dove al contrario ci sono commercianti che stanno denunciando capimafia: in Lombardia questo non sta accadendo. Questo vuol dire che la ’ndrangheta è radicata al Nord, hanno il controllo assoluto, tanto che controllano l’entrata e uscita delle forze dell’Ordine dalle case e dalle caserme. La situazione è allarmante, perché il locale di ’ndrangheta di Buccinasco è il clone di quello di Platì e San Luca. C’è un cordone ombelicale che li unisce. Così come il Locale di Toronto è clone di quello di Siderno…”.

Al Nord come è andato il tour?

“È andato molto bene rispetto agli anni passati - spiegano -. Abbiamo notato un crescendo rispetto a sei anni fa, anche in termini di partecipazione e questo è un buon segno… La gente ha bisogno di ascoltare e di capire e si rende conto della presenza della mafia perché la vive sulla propria pelle. In Lombardia ci sono paesi stanchi di essere additati come appestati. Abbiamo percepito grande attenzione. Mentre i mass media e i politici non hanno intercettato questo bisogno. I Tg per 15 minuti parlano di Covid, 7 minuti di politica, 5 minuti di sport e il resto è gossip. Nessuno parla di mafie, di cosa accadrà quando arriveranno milioni di euro dall’Europa. Nessuno parla di progetti e idee, di come contrastare e arginare gli appetiti delle mafie. La storia ci spiega che ogni volta ci sono state opportunità, le mafie sono state presenti: quindi ora le mafie, che non sparano più perché con tutti i soldi che hanno non ganno bisogno di sparare, possono comprare chiunque, anche amministratori per 5-6mila euro. La lotta quindi sarà più difficile, perché quando ci sono fatti violenti le mafie lasciano tracce, quando non ci sono atti violenti è più difficile trovare il filo d’Arianna”.

C’è una società civile che crede nella necessità di lottare e chi dovrebbe farlo è troppo assente.

“Per la politica un problema esiste solo se quel tema è sulle pagine dei giornali più importanti d’Italia - continua Gratteri -. La politica si muove se sollecitata, non c’è una partecipazione, non si muove autonomamente, non c’è l’idea di avere un progetto a due-tre anni. Ma non si può pensare di risolvere un problema così complesso come le mafie solo se si è sollecitati. Non si può pensare solo a micro-riforme: la gente soffre per questo, la gente è a disagio, capisce, ma non ha la forza di ribellarsi e dice che magari è inutile. Spesso gli entusiasmi vengono uccisi da pensieri, tradimenti. Allora la gente è stanca. Ma quando sente, annusa che c’è qualcosa di nuovo, un’idea, un progetto la gente segue. I magistrati in questo periodo sono demonizzati, siamo ai minimi storici come credibilità, eppure la stragrande maggioranza dei magistrati, soprattutto quelli che non sentite mai nominare, è gente che lavora mediamente 10 ore al giorno. Sono quelli che lavorano di più in Europa, eppure sono spesso rappresentati come sfaticati e imbroglioni. Ci sono gli sporcaccioni e noi li abbiamo denunciati e li denunceremo, ma non si può generalizzare. Quindi vorrei che ci fosse da parte della gente la possibilità di credere alla magistratura”.

Come evitare le generalizzazioni?

“Io vivo all’estero da 30 anni – spiega Nicaso -. Ho vissuto le generalizzazione e le criminalizzazioni. Bisogna evitare di affermare l’identità per negazione. Non bisogna dire: sono calabrese, ma non sono ’ndranghetista, ma sono una persona onesta. Dovremmo cominciare a ragionare senza doverci giustificare. Ho conosciuto tanti calabresi onesti che non si pongono il problema di giustificarsi, perché è la lor vita che giustifica il loro essere. Parlo di calabresi perché noi siamo calabresi. Ma è un discorso che può valere per tutto. La propria identità non si deve affermare dicendo ciò che non siamo”.

Di droga non se ne parla più molto, sembra quasi non ci sia più questo problema…

“Ultimamente se n’è riparlato in Parlamento. Perché questa legge sulla legalizzazione è come un fiume che ogni tanto emerge e questo è un momento buono per far passare questa legge. Da più di 20 anni si tenta di legalizzare le droghe leggere, ma ogni volta all’ultimo salta tutto. Ma questo potrebbe essere un momento buono per chi è favorevole. Qualche anno fa ricordo un parlamentare mi disse che era favorevole alla legalizzazione della cocaina. E io gli dissi: “La cocaina si produce solo in Colombia, Bolivia e Perù e questi tre stati non la vendono, ma la vendono i cartelli colombiani, i terroristi, le Bacrim. Quindi il nostro Ministro degli esteri va a trattare con i terroristi per comprare la cocaina? Il problema è che la gente parla senza sapere. Un giorno mi trovavo in Puglia, eravamo in una scuola, c’eravamo io e un senatore. Io notoriamente sono contro la legalizzazione. Ad un certo punto il senatore comincia a dire che l’uso della marijuana non fa male. C’erano una cinquantina di ragazzi un po’ fatti che hanno cominciato a fare tifo da stadio per questo signore. Alla fine gli ho chiesto: “Ma lei si rende conto di quello che ha combinato? I genitori mandano i figli a scuola per studiare e lei incita allo spinello?”. Troppo spesso il tema viene trattato come sfida ideologica, e chi è contro viene visto come un retrogrado: se sei a favore, sei moderno e culturalmente aperto. Ora vi spiego perché io sono contrario. Cosa dicono coloro che sono a favore della legalizzazione delle cosiddette droghe leggere? Dico cosiddette perché il Thc della marijuana che si produce oggi è diverso da quello della marijuana dei figli dei fiori. Perché intanto le piante sono modificate geneticamente e il Thc è del 65%. Comunque chi è a favore dice: se noi legalizziamo le droghe leggere, distogliamo la polizia giudiziaria che invece che perdere tempo e andare a controllare chi spaccia marijuana e hashish, può fare cose più serie. Io rispondo: chi controlla le piazze non vende solo marijuana e hashish, ma anche cocaina, eroina, ecstasy. Se noi legalizziamo marijuana e hashish, comunque resta il resto perché una piazza di spaccio è come un supermercato. Quindi la piazza continuerà ad essere viva. Poi loro dicono: se noi legalizziamo le droghe leggere, allontaniamo i giovani dalla criminalità organizzata. E io rispondo: non è vero perché il progetto di legge dice ‘chiunque ha compiuto 18 anni con un certificato medico che attesta la sua tossicodipendenza va in farmacia e compra la marijuana’. Ma voi sapete che la marijuana la usano alle scuole medie. Quindi fino a 17 anni e 364 giorni dove andranno a comprarla?

E ora parliamo di soldi: in genere chi è tossico non ha i soldi per comprare niente. Compra le cartine e il tabacco perché gli costa meno, rispetto alle sigarette. Secondo chi propone questa riforma un grammo di marijuana costerà 12 euro. Ma sul mercato si trova a 4-5 euro. Quindi, dove andranno a comprarla? Non funziona quindi a meno che decidiamo con le tasse della gente a dare un contributo a chi coltiva la marijuana, aiutando con le nostre tasse chi si vuole drogare…

E ancora dicono: la marijuana non fa male. Ci sono studi delle università americane, capofila il Colorado, che dimostrano che l’uso sistematico della marijuana porta alla riduzione della corteccia cerebrale e c’è un forte aumento della schizofrenia. Oltre agli incidenti che aumentano… alla fine qualcuno dice: e allora quelli che si ubriacano? Ed io rispondo: se io bevo un bicchiere di vino non per forza me lo bevo per ubriacarmi. Chi usa droga sicuramente la usa per sballarsi”.





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