• Angela Iantosca

Come si racconta lo scambio nella culla?

Cosa significa essere scambiati in una culla? Cosa significa per una madre, un padre e un figlio? Cosa accade in quei nuclei famigliari che lo scoprono e si trovano di fronte al dilemma della ‘scelta’? E come si raccontano storie del genere? Lo abbiamo chiesto a Mauro Caporiccio, noto autore tv e sceneggiatore che ha portato in tv e poi tradotto in un romanzo ("Sorelle per sempre", Rizzoli) l’incredibile storia di Caterina e Melissa, le due bambine siciliane scambiate nella culla e al centro di una storia molto particolare.

Come sei venuto a conoscenza della storia?

“Il caso di Caterina e Melissa, le bambine di Mazara del Vallo scambiate in culla nell’ospedale Ajello il 1 gennaio del 1998, emerse nell’ottobre del 2000. La notizia si diffuse su tutti i grandi quotidiani nazionali, e venne ripresa da moltissime tv, anche straniere, come la Bbc e la Cnn. Mazara del Vallo fu letteralmente assediata dai cronisti e dalle telecamere di mezzo mondo. Le due famiglie delle bambine, che - pur vivendo nella stessa città siciliana mai prima si erano conosciute - furono travolte da questo errore di malasanità, capace di mettere in discussione ogni loro certezza, e si trovarono così pure costrette a difendersi dalla morbosità dei media. Come portavoce, per parlare coi giornalisti, si fecero rappresentare dal loro legale, l’avvocato Nicola Sammaritano, e da Baldo Foderà, uno dei nonni. Nonno Baldo, pochi mesi dopo l’accaduto, quando ormai le acque si erano un po’ calmate, fu invitato da me a partecipare a 1Mattina, di cui ero uno degli autori. Avevo seguito tutto l’iter della storia, ma dalle parole di Nonno Baldo compresi che eravamo di fronte ad un caso dalla portata universale rispetto ai suoi temi, a cominciare dall’identità perduta dai due nuclei familiari, colpiti praticamente da un vero lutto, e stremati da una decisione disumana per andare avanti: far vincere i legami del sangue o quelli del cuore?”.

Perché hanno deciso le due famiglie di raccontarsi?

“Le due famiglie Alagna e Foderà di Mazara del Vallo hanno accolto con favore la mia proposta di dedicare alla loro vicenda prima un film e poi un libro. Per tutti è stato un esperimento quasi catartico. I quattro genitori e anche le loro figlie, parlando con me a cuore aperto, non hanno taciuto alcun segreto: le emozioni, le parole, anche i silenzi e le lacrime hanno avuto quasi un effetto curativo rispetto alle cicatrici del passato, che comunque mai si rimargineranno. Hanno pensato che la loro storia potesse avere un valore esemplare e che per questo andasse raccontata: dall’amore si può ricominciare, basta mettere da parte i propri egoismi, un’impresa ciclopica per la maggior parte di noi. Per loro, gente semplice e per bene, non è stato certo facile azzerare la vita di prima, gli affetti consolidati, ma hanno praticato la necessità del NOI, al posto della prevalenza dell’IO”.

In che rapporti sono?

“Oggi gli Alagna e i Foderà sono praticamente un’unica, grande famiglia. Questa trasformazione è avvenuta già ventuno anni fa, quando vennero messe le cose a posto. Le bambine tornarono ognuna dai genitori di sangue, ma mai ci fu vera separazione. Prima del secondo scambio sancito dalla Giustizia minorile, gli Alagna e i Foderà vissero per molto tempo insieme, nella stessa casa, perché l’amore diffuso aiutasse sia loro che le bambine. E da allora quell’amore diffuso non se n’è mai andato. Per Melissa e Caterina è come avere due mamme e due papà, insieme a otto nonni. Stessa cosa vale per Lea, Perla e Sofia, che sono le altre “sorelle per sempre” di questa storia”.

Che tipo di relazione hai instaurato con loro? Come avete lavorato al libro?

“Con il tempo abbiamo imparato a conoscerci. Tutti i protagonisti reali si sono fidati di me. Li ho incontrati separatamente, ognuno di loro mi ha raccontato il proprio punto di vista, certi ricordi personali e un po’ rimasti segreti, la sua verità più intima. E oggi, leggendo il libro, gli Alagna e i Foderà stanno scoprendo anche cose che tra loro non si sono mai dette. Ho provato a scrivere un romanzo no fiction, autentico, trasferendo sulla pagina anche stati d’animo e sensazioni mai tirate fuori prima dai componenti delle due famiglie”.

Con che sentimenti ricordano quel periodo?

“Gli Alagna e i Foderà ricordano tutto. Con dolore, ma anche con molta consapevolezza rispetto a ciò che hanno fatto per rinascere tutti insieme dopo la tragedia dello scambio. Ognuno si porterà sempre dentro le sue ferite, ma ciò che contava allora era il futuro delle loro figlie, che dovevano crescere con la verità. Oggi Melissa e Caterina sono indivisibili, si sono laureate nella stessa università, sono tornate a Mazara, si occupano di bambini. Due donne solari, come le loro madri, Gisella e Marinella”.

Lavorare poi alla sceneggiatura come è stato?

“Prima del libro ho scritto la sceneggiatura del film con Andrea Porporati e con la collaborazione di Maria Porporati. Di solito avviene il contrario. Il libro precede il film. In questo caso mi sono accorto che alla fine della stesura della sceneggiatura, c’era ancora tanto da dire sulla storia degli Alagna e dei Foderà. Nel libro ho raccontato le loro origini, lo spessore psicologico della vicenda in maniera più approfondita, ma anche nel film abbiamo cercato di rappresentare la verità. Molte scene descritte sono realmente avvenute. E le due famiglie ci hanno prestato la loro consulenza, prima di iniziare le riprese hanno conosciuto gli attori e le attrici. La famiglia è cresciuta a dismisura, sul set. E il film trasmesso da Rai Uno lo scorso 16 settembre ha avuto un grande successo proprio per il suo realismo”.

Hanno ottenuto un risarcimento danni?

“Il risarcimento c’è stato, non so la sua entità. Con le due famiglie non ho mai approfondito questo argomento. Mi interessava poco. Posso dire con certezza che sia gli Alagna che i Foderà, non hanno avuto un atteggiamento persecutorio o vendicativo verso il personale sanitario dell’ospedale Ajello di Mazara che ha commesso il gravissimo errore dello scambio in culla. Hanno solo chiesto giustizia, perché ciò che è accaduto il 1 gennaio del 1998 non succedesse di nuovo. A quell’epoca, all’ospedale di Mazara, non si usava mettere nemmeno il braccialetto al polso dei neonati, davvero assurdo. Quel giorno in cui nacquero Melissa e Caterina, all’Ajello di Mazara, non ci fu rispetto e attenzione per il momento più sacro della vita, la nascita di un bambino”.

Ci sono casi simili irrisolti?

“Mi sono molto documentato in proposito. Alcune scoperte di scambi in culla sono state tardive, quando i figli erano ormai maggiorenni. È accaduto in tante parti del mondo. Anche il regista svedese Ingmar Bergman sarebbe stato scambiato in culla alla nascita. In Italia, quando si seppe del caso di Mazara, gli stessi psicologi e neuropsichiatri infantili erano a corto di consigli, terapie, soluzioni. Si fece avanti, con una consulenza gratuita, persino il padre della neuropsichiatria infantile europea, il professor Giovanni Bollea, consegnando ai quattro genitori una sorta di decalogo che ho pubblicato fedelmente nel mio libro”.

Su che progetti nuovi stai lavorando?

“Le storie capita spesso che vengano a cercarci, per chi fa il mio lavoro, ma poi bisogna essere pazienti e coraggiosi ad ascoltarle, a curarle, a scriverle, a condividerle con una squadra, con un produttore, un regista, se si tratta di un film. E quando ci si trova di fronte a storie vere, c’è prima di tutto un’esigenza morale: rispettare i protagonisti veri della vicenda, che si mettono completamente nelle tue mani. È così che nasce un rapporto di fiducia. Tra i film che ho scritto, la maggior parte di essi sono ispirati da storie vere, e anche un altro libro, “Il figlio della luna”, che è stato anche un film della Rai, ha questa origine. Ora sono in attesa di vedere al cinema, spero con tanta altra gente, un film a cui tengo molto, scritto con Carlo Mazzotta e diretto da Fabio Resinaro, con Francesco Montanari e Laura Chiatti per protagonisti. Si intitola “Ero in guerra ma non lo sapevo”, uscirà nelle sale il prossimo 24 gennaio. È la storia purtroppo vera e assai nota di Pierluigi Torregiani, gioielliere che il 16 febbraio del 1979 fu assassinato a Milano dai “Proletari armati per il Comunismo” di Cesare Battisti, dopo una serie di minacce che perdurarono per oltre un mese, che sconvolsero anche la vita della sua famiglia. Si trattò di una morte annunciata. Il film non racconta la vicenda dei terroristi, la loro scelta dell’“obiettivo Torregiani”, ma quella più intima di una famiglia borghese, costretta a misurarsi quotidianamente con l’odio e con la morte alle porte, in una stagione in cui non restavano morti ammazzati sulle strade solo i giudici e i poliziotti, ma anche i commercianti, gli operai. Anche in questo caso, c’è voluta molta pazienza prima di vedere il film sullo schermo: il mio primo soggetto risale al 1999, quando chiesi ad Alberto Torregiani, figlio della vittima, il “permesso” per poter raccontare la storia di suo padre per il cinema o per la tv. Nacque tra noi una grande stima e amicizia, non solo professionale. A volte, ciò conta più di un film da aggiungere al proprio curriculum”.





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