• Angela Iantosca

Donne Impreviste

Avevo conosciuto Angela Infante per un altro suo lavoro molto forte, sul chemsex. Tema di cui si ha paura di parlare e che associa due tabù, le droghe e il sesso. In quell’occasione mi aveva anticipato che sarebbe presto uscito un altro lavoro - che mi avrebbe sicuramente appassionata - che andava a toccare un ambito poco esplorato e soprattutto poco ‘detto’.

Perché la parola dà spesso forma, sostanzia qualcosa che c’è, è accaduto, ma che, se non pronunciato, esiste solo nei pensieri, nei sospiri, nelle lacrime, negli occhi tristi, nelle mani colpevoli. Non nella realtà.

Ma “Donne impreviste” - questo il titolo del lavoro pubblicato a ottobre 2021 - ha il coraggio di dirlo questo dolore sordo e silenzioso e lo fa grazie a tre donne, Angela Infante, Alessandra Rossi e Lucia Caponera, che circa dieci anni fa hanno deciso di indagare laddove nessuno aveva mai osato e ora di dar voce e corpo (anche portandole in scena) a storie di violenza di donne sulle donne nelle coppie lesbiche. Una violenza alla quale non si pensa mai, che è spesso diversa dalla violenza di cui normalmente sentiamo parlare, perché è più psicologica, legata alla sottomissione, alla paura, ancora una volta al silenzio.




Come e quando nasce l’idea di “Donne impreviste. Storie di donne dietro le quinte” pubblicato ad ottobre da Rapsodia edizioni?

«Nasce nel 2010 quando per caso entrai in contatto con la storia di due donne che esercitavano violenza l’una sull’altra – spiega Angela Infante counselor in malattie infettive presso un policlinico cittadino, consulente familiare, formatrice -. Parlai dunque con l’allora presidente dell’associazione ArciLesbica, proponendole di provare ad indagare meglio, ponendo delle domande attraverso un questionario. Così mi misi con una collega esperta a preparare questo materiale. Da lì ha preso il via l’indagine “Eva contro Eva” con l’obiettivo di rilevare se e come alcune forme di violenza riguardino i legami intimi tra donne, con l’obiettivo di creare consapevolezza e prevenzione».

Consapevolezza e prevenzione: due aspetti troppo spesso trascurati, soprattutto in questo ambito, perché nell’immaginario collettivo quando si parla di violenza si pensa a quella esercitata solo da un uomo su una donna.

«Il punto è che sono le donne stesse ad avere una percezione dell’abuso legata al maschio – continua la Infante -. Quando si tratta di una questione tra donne viene percepito in altro modo. Se un compagno controlla il cellulare o ti controlla la vita, reagisci in un certo modo. Se lo fa la compagna, questa cosa non viene contestata. È come se si diventasse più morbidi».

Eppure si tratta di violenza.

«Uno sguardo ai dati dei centri antiviolenza – spiega Alessandra Rossi, docente e coordinatrice di Gay Help Line - serve solo ad avere la conferma che per la maggior parte sono gli uomini ad assoggettare, abusare, uccidere le donne. La violenza maschile sulle donne è il portato tragico dell’impostazione patriarcale della nostra società e della disuguaglianza sociale dei generi su cui si struttura. Inquadrare le dinamiche di violenza tra partner esclusivamente all’interno della coppia eterosessuale rischia, però, di ostacolare il riconoscimento della violenza quando si manifesta nelle relazioni tra individui dello stesso sesso. Per questo, alla base dell’indagine “Eva contro Eva” è stata posta l’ipotesi che il genere, inteso come costruzione sociale del femminile e del maschile, rimane una componente essenziale nelle dinamiche di dominio e controllo di una partner sull’altra, ogni volta che nella relazione si crea un dislivello di forze. Mi spiego: io gestisco un contact center contro l’omotransfobia e mi trovo spesso a riflettere sul ruolo di genere, cioè mi rendo conto che c’è bisogno di focalizzarsi sulla costruzione del femminile e del maschile anche quando questo lo caliamo in corpi biologicamente femminili. Di frequente le donne che agiscono violenza sulle compagne si ritrovano oggi a cercare il proprio percorso di emancipazione e ad appropriarsi di un maschile che spesso è violento e prevaricatore e lo utilizzano come grimaldello di forza per poter scovare il proprio posto all’interno della società e delle relazioni. Quindi direi che le donne non è che devono fare un passo indietro, ma sicuramente devono avere il coraggio di esercitare un femminile più sano e forte».

Quali sono le caratteristiche dell’abusante?

«Si evidenzia un maggiore potere economico – spiega Lucia Caponera, dottore di ricerca in Filosofia e presidente Differenza Lesbica Roma -, una più solida posizione lavorativa e sociale. Le azioni compiute sono maltrattamenti emotivi, psicologici e fisici che lasciano la donna che ne è vittima in condizioni di isolamento, paura e senso di colpa».

La vostra indagine ha interessato 100 persone: qual è l’entità del fenomeno?

«Sia in ambito eterosessuale che tra le lesbiche la violenza è un fenomeno nascosto. Anzi forse nel secondo caso ancora di più. Nel primo caso il fenomeno emerge quando la donna va a denunciare. Nel secondo caso non ci sono luoghi in cui andare a denunciare, perché non ci sono persone pronte ad accogliere questo tipo di denunce. Per questo la nostra idea è di formare i centri antiviolenza e le operatrici. Perché quando arriva una coppia, maschio e femmina, prendi in carico la donna, se l’uomo si vuole curare sono problemi suoi. Quando arriva una coppia di donne, le stesse operatrici fanno fatica a vedere il fenomeno. Il punto è sempre lo stesso: se mai si comincia ad affrontare la questione, se mai si studia come affrontarla, mai si risolverà il problema. Hai mai sentito parlare di questo tema ai vari movimenti contro la violenza sulle donne nati negli ultimi anni? E ancora peggio se ad avere bisogno di aiuto sono le donne trans...».

Voi fino ad ora siete riusciti a formare qualcuno?

«Noi abbiamo formato un centro antiviolenza a Latina e un centro di accoglienza a Roma».

Chi agisce violenza in una coppia lesbica è più sicura del silenzio della vittima, visto che molto spesso le coppie non sono mai venute allo scoperto?

«La violenza – spiega la Rossi - si avvale anche del silenzio e dell’invisibilità che esiste ancora oggi nelle coppie lesbiche. C’è una lesbofobia interiorizzata che produce un senso di insicurezza. La violenza viene agita a più livelli perché si soffre la visibilità e la si usa per proteggere se stessi anche attraverso l’uso di forme di controllo. Inoltre, c’è molto isolamento rispetto alla possibilità di fare coming out; le donne tendono ad essere assolutizzanti nel rapporto, spesso creando un un meccanismo tossico che si priva di quella socialità che sarebbe importante anche per ricevere aiuto dagli altri, quell’aiuto che non si trova dentro se stessi. Si rischia, dunque, di essere vittime di se stesse e dei propri pregiudizi. Non fare coiming out, non dirlo ai parenti, determina quella bolla, quell’isolamento da cui è difficile uscire per paura di non essere capite, sia rispetto alla condizione di donna abusata sia di donna che agisce la violenza, anche a dispetto di se stessa».

«Ma la verità è che, se in una relazione non ho chiarito prima con me stessa chi sono, «ci sarà sicuramente un senso di costrizione che mi attraverserà e che trasferirò all’altra e che diventerà una spirale – continua la Infante -. Già dirsi lesbica per alcune è una fatica, in più bisogna riconoscere di essere soggette a forme di controllo e trovare qualcuno pronto ad accogliere le nostre parole e a crederci. Quando abbiamo realizzato le interviste, la sorpresa delle intervistate era proprio questa: trovare qualcuno capace di accogliere quello che stavano dicendo. Io stessa, quando ho compilato quel questionario, ho capito di essere stata la vittima in una relazione, l’ho capito leggendo quelle domande… Noi speriamo che questo discorso alimenti una formazione seria».

Dal momento che i centri antiviolenza già esistono.

«Ci sono molti centri antiviolenza gestiti dal Comune – aggiunge la Infante -. Cosa ci vorrebbe a far fare un corso di formazione alle operatrici? Noi la formazione la facciamo in un paio di ore. Ovviamente non ci sono molte denunce di questo tipo, perché se vai in un centro antiviolenza e non sanno ascoltarti, vai da un poliziotto e ti rimanda a casa, che senso ha denunciare?».

A proposito degli abusanti, nel libro colpisce la quantità di persone che agiscono violenza e che si raccontano…

«Quando abbiamo fatto la call per raccogliere le storie, sono arrivate tutte storie di donne abusate. A quel punto le ho messe alle strette, facendole riflettere e domandando se davvero fossero sicure di non aver mai abusato di qualcuno in qualche modo...».

Quanto è terapeutico il raccontarsi, anche per l’abusante?

«È stato molto utile – spiega Lucia -, costringerle a fermarsi e ad analizzare il proprio comportamento, perché le ha spinte a raccontarsi. La domanda ha avuto quasi una funzione terapeutica, ma è stata anche in grado di farle riflettere su determinati meccanismi che altrimenti non sarebbero venuti fuori. Ecco i centri di ascolto dovrebbero assumere questa pratica come strumento per intercettare questa richiesta. Spesso le donne non vanno perché sanno che le porte sono chiuse, perché non c’è vero ascolto che significa liberarsi dei preconcetti e sentire cosa ci viene detto».

Chi abusa è l’elemento forte della coppia?

«In una relazione tra donne quella che esercita un ruolo di dominio è la più debole, contrariamente a quanto si potrebbe pensare. Questa cosa va detta. Muoversi in una relazione ricalcando ruoli di genere stereotipati significa aver interiorizzato qualcosa di insano che non può essere lasciato lì così…».

Da dove nasce il titolo del libro?

«Trent’anni fa – conclude Lucia Caponera - questa storia è stata portata in superficie in America. E il titolo del libro, “Storie dietro le quinte”, era il titolo di una pièce teatrale messa in scena proprio negli Usa una sola volta. Il sottotitolo era: “La storia di una lesbica che ha trovato il coraggio di creare un’alternativa ad una relazione abusante”».



DONNE IMPREVISTE

È stato pubblicato ad ottobre il libro “Donne impreviste. Storie dietro le quinte” (Rapsodia Edizioni) a cura di Angela Infante, counselor in malattie infettive presso un policlinico cittadino, consulente familiare e formatrice, Alessandra Rossi, docente e coordinatrice Gay Help Line, Lucia Caponera, dottore di ricerca in Filosofia e presidente Differenza Lesbica Roma. Una raccolta di storie per parlare di violenza nelle relazioni tra donne e indagare in che forme si manifesta: qual è il peso dei ruoli di genere al suo interno, quanto è condizionata dai pregiudizi, dall’isolamento, dalla lesbobitransfobia? La spinta verso un approfondimento è venuta dalla lettura di un dato di realtà, dall’osservazione di un modello di abuso fatto di maltrattamenti emotivi, psicologici e fisici che coinvolgono tanto chi lo subisce, quanto chi lo esercita

46 visualizzazioni0 commenti

Post recenti

Mostra tutti