• Angela Iantosca

Il mio incontro con Primo Levi

Nel nostro presente c’è il passato che si fa futuro. È così, eppure non lo ricordiamo spesso. Anzi lo dimentichiamo di frequente, soprattutto quando commettiamo errori, quando la nostra storia e la Storia inciampano nel dolore, nelle ferite, nelle guerre. Quando non abbiamo memoria di ciò che è stato perché non sia più. Quando dimentichiamo di onorare i morti, il sacrificio di chi non c’è più, di chi ha combattuto per donarci la libertà o di chi è stato vittima dell’odio, del pregiudizio, della sopraffazione.

Per non dimenticare, qualche anno fa, è stato stabilito di celebrare il Giorno della Memoria il 27 gennaio perché in quella data, nel 1945, le truppe dell'Armata Rossa, impegnate nell’offensiva Vistola-Oder in direzione della Germania, liberarono il campo di concentramento di Auschwitz. E per non dimenticare Milvia Spadi, giornalista Rai, ha pubblicato “Le parole di un uomo. Incontro con Primo Levi” (Di Renzo Editore – ristampa aggiornata nel 2021) libro che parte da un incontro straordinario, quello con Primo Levi nel 1986. Un’intervista toccante, seguita da tante testimonianze e materiale documentaristico che rendono il libro un testo prezioso per gli adulti, ma soprattutto per gi studenti delle scuole che da anni Milvia continua a incontrare.


“Ho incontrato Primo Levi alla fine del 1986. Per me era una delle prime interviste importanti. Io ho vissuto in Germania e, ogni volta che andavo in treno da Roma a Monaco, pensavo a questi viaggi terribili fatti dagli ebrei. Quando ho letto che Primo Levi aveva scritto un nuovo libro sulla Shoah, “I sommersi e i salvati”, dopo aver scritto tante altre cose un po' oscurate dal suo ruolo di testimone, ho deciso di intervistarlo, dal momento che lavoravo per una radio tedesca e per alcuni giornali italiani. Ero molto emozionata all’idea. Così sono andata a trovarlo a Torino, nella sua casa. Ricordo che avevo segnato tante domande, ma ad un certo punto, mentre parlavo, mi sono resa conto di essere confusa dall’emozione, così gliel’ho detto. E lui mi ha risposto: “Non si preoccupi queste sono le interviste migliori”. Siamo stati insieme un paio di ore: sicuramente avevo più domande di quelle che gli ho posto, ma ciò che mi è rimasto, oltre alla chiarezza e puntualità delle sue parole, è il ricordo di un uomo accogliente, disponibile, mite pur essendo attentissimo a tutto. E poi molto ironico, un tratto che si ritrova un po’ anche nei suoi libri”.


Quanto le sue parole sono piene di speranza rispetto ad una realtà successiva, che lui non ha conosciuto, e che avrebbe disatteso le sue convinzioni su un reale cambiamento?

“Questa intervista è del 1986 e dopo ci sono state varie fasi: Levi non ha conosciuto la Lega di Bossi, per fortuna, non ha conosciuto quindi la recrudescenza di una certa intolleranza, se vogliamo essere buoni, rispetto agli italiani stessi. Credo che se ci fosse stato per lui sarebbe stata una grande sofferenza, perché dalle sue parole trapela la convinzione di una integrazione, parla di pagamento equo dello straniero, parla di superamento delle differenze come si è visto nel modo in cui gli italiani del Sud si sono amalgamati con gli italiani di Torino. E invece poi c’è stato il caporalato, l’odio contro gli stranieri, i migranti che tentano di scappare dalle loro terre e per questo devono pagare un prezzo. C’è stato il ritorno ad una idea per la quale le persone sono cose. Così come i deportati: non erano persone, erano pezzi”.

Cosa non ti aspettavi dall’incontro con Levi?

“Forse il racconto sui figli, sulla loro reazione alla memoria, sul loro desiderio di non dover sentire dalla sua voce il racconto di quella prigionia, perché circondati da sempre dal ricordo, dai libri, dalla presenza di chi lì è stato. È una riflessione molto importante che viene fuori anche nel racconto di Esther, figlia di un reduce: lei per la prima volta ha raccontato a me la sua storia... Per questo ho intitolato il capitolo “Il dolore ereditato”, difficile da metabolizzare e accettare”.

La memoria quanto è importante?

“Abbiamo tante giornate dedicate. E questo è molto importante, come il fatto che ci sia il 27 gennaio. Ma ciò che mi sembra di rilevare, anche girando per le scuole, è che non si parla molto di eventi così importanti e deflagranti come quello della deportazione e dei campi di concentramento. Invece sarebbe fondamentale mettere in relazione l’oggi con quello che è accaduto. La persecuzione e la Shoah sicuramente sono stati un unicum nella storia che conosciamo, perché ci sono dei momenti in cui la quantità determina la qualità. E l’intenzione di sterminare un popolo è stata unica, sebbene ci siano stati altri stermini come la Cambogia, la Jugoslavia… Ma l’intenzione di sterminare un intero popolo non si è ripetuto. E in questa idea brutale, c’è in qualche modo una specie di nocciolo di un moto dell'essere umano, il peggiore, quello dell'annientamento dell'altro. Tutto questo andrebbe raccontato di più a scuola”.

Dalle pagine del libro e dal racconto dei testimoni, come quello di Liana Millu, emerge un diverso modo tra donne e uomini di affrontare il campo di concentramento. Ma racconta anche la fatica del ritorno alla normalità, la fatica di superare la colpa del ritorno a casa.

“Liana racconta in due libri tutto questo. E dice che quando è tornata era finita la sofferenza del Lager, ma era cominciata la fatica di raccontare, di temere di non essere creduti, perché era quello che gli avevano detto i loro aguzzini durante la prigionia. E nella realtà c’erano queste dita puntate contro i sopravvissuti ai quali si domandava come avessero fatto a sopravvivere?”.

Tu giri molto nelle scuole: hai notato un cambiamento nell’approccio dei ragazzi al tema?

“Sicuramente c’è una minore percezione. Per esempio in una scuola media ed anche elementare mi sono trovata di fronte dei bambini molto curiosi che facevano mille domande. Ma poi capita di trovarsi anche in scuole in cui non arriva nessuna domanda. Io cerco sempre di fare in modo che i ragazzi interloquiscano e sono convinta che per loro sia importante che ci sia qualcuno che racconta. Nel mio caso è una eredità che ho ricevuto, ma è importante fare una sorta di catena della memoria, soprattutto dal momento che stiamo perdendo questi testimoni importanti, causa età avanzata. Come credo sia importante fare memoria dei partigiani, raccogliere un testimone”.

Appuntamenti del mese?

“Ho una serie di appuntamenti prevalentemente nelle scuole. Andrò in Sardegna a cavallo del 27 e sono contenta, perché non ci sono mai stata a parlare con i ragazzi. Il primo febbraio sarò alla Casa della Memoria a Roma e poi a Verona”.

Quanto manca una figura come Primo Levi?

“Io direi che di Primo Levi manca la capacità di analisi e puntualità. Ma non manca solo Levi, mancano tanti pensatori che in passato avevamo, intellettuali, se così possiamo chiamarli, anche se un termine un po’ aristocratico, che ragionino sul nostro presente e sul nostro passato e che siano in grado, con il loro racconto, di mettere in relazione il presente e il passato. Come ha fatto in quel momento in cui si stava disperdendo il senso del passato: il 1986 era il periodo del socialismo, della Milano da bere. Era un momento nel quale, rispetto al precedente molto politicizzato e che aveva avuto eventi importanti per la nostra storia e politica, si cercava una certa leggerezza”.





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