• Angela Iantosca

L'evoluzione de "La Quinta Mafia"

È stata da poco pubblicata la nuova edizione de “La Quinta Mafia” di Marco Omizzolo, arricchita anche dalla prefazione del Procuratore nazionale antimafia Cafiero De Raho e dalla postfazione di Gian Maria Fara, presidente di Eurispes. Già edito nel 2016, il testo, stampato da RadiciFuture, si presenta con nuove indagini e riflessioni rinnovate su aspetti sino ad oggi trascurati delle mafie e dei loro affari compiuti in provincia di Latina sui quali da sempre insiste Marco Omizzolo, grazie al quale sono state scritte delle nuove leggi e la questione caporalato è venuta alla ribalta. Grazie a lui migliaia di persone sono scese in piazza e noi siamo riusciti a dare un volto a chi da anni vive nel nostro Paese senza diritti. Grazie a lui siamo arrivati a comprendere cosa accade nelle campagne di molte regioni italiane, a cominciare da quella pontina, dove in troppi ogni giorno vengono sfruttati, mal pagati, umiliati e messi a tacere.

Oggi, grazie ad uno studio internazionale al quale ha partecipato e che ha presentato ad ottobre, Marco Omizzolo, presidente di Tempi Moderni e sociologo Eurispes, ha illuminato un’altra zona d’ombra: quella delle donne vittime di caporalato.


«La situazione l’ho cominciata ad indagare da diversi anni sulla base delle mie ricerche, ma non l’avevo mai approfondita nel merito, anche perché io sono maschio e loro sono donne, cosa che crea un distanziamento e una difficoltà ad entrare in relazione. Inoltre, le indiane migranti presenti nella provincia di Latina sono aumentate negli ultimi tempi e sono entrate nel mercato del lavoro sia come badanti che come braccianti agricole. L’occasione vera per studiare il fenomeno me l’ha data WeWorld Onlus, che mi ha permesso di realizzare una indagine approfondita e che sto per presentare: ciò che emerge è che la situazione è molto grave».

Come avviene il reclutamento e lo sfruttamento delle donne?

«Prima di tutto vengono reclutati gli uomini. Poi le donne. Quando vengono reclutate attraverso il furgoncino, entrano per ultime così da andare ad occupare i posti più pericolosi, le ultime file. In alcune aziende, poi, vivono situazioni di ricatto, di pressione e violenza sessuale».

Quali sono le forme di violenza?

«Le forme sono diverse. Alcune si vedono pagata la giornata o il mese se entrano nella macchina del padrone italiano o del caporale indiano per soddisfare le loro perversioni sessuali, altre se restano qualche ora in più a lavorare dopo che se ne sono andate tutte via, così da potersi appartare con il padrone. Le storie raccolte devo dire che sono devastanti. Dentro una importante azienda agricola abbiamo scoperto che le donne immigrate, durante la pausa di lavoro - che è un diritto -, se vengono sorprese a parlare nella loro lingua d’origine dal padrone, vengono multate, anche di 20 euro. Questo significa che lavorano gratis. Perché non vuole il padrone che parlino la loro lingua? Perché l’imprenditore deve ascoltare la conversazione, perché non vuole che si scambiano informazioni critiche, perché teme che possano organizzarsi per riferire al sindacato o alla polizia: ma questo dover parlare in italiano per essere capite rappresenta un’altra violazione delle libertà fondamentali».

Altre forme di controllo?

«Attraverso i social. Se una di loro prende un giorno di risposo o di ferie per andare dal medico, passa sul lungomare, si fa una foto e la posta, il caporale o il padrone italiano richiama la donna subito al lavoro, perché ritiene che non sia andata a fare quello che aveva detto. Non solo: il linguaggio usato spesso è duro, con utilizzo di espressioni razziste, altre volte maciste o maschiliste».

Ma ci sono anche altri episodi gravi.

«Purtroppo sì. Tra questi abbiamo raccolto la storia di una donna dei Paesi dell’Est che parla correttamente l’italiano: era impiegata in condizioni estreme, lavorava 14 ore al giorno, insultata dal suo caporale magari perché aveva un odore forte dopo tutte quelle ore. A causa di tutto questo, era entrata in uno stato di depressione molto grave, tanto da rischiare il suicidio. Si è salvata grazie al sostegno della famiglia e perché si è rivolta ad un medico che l’ha messa in guardia. Per fortuna ce l’ha fatta».

Denunciano le donne?

«La cosa straordinaria è che hanno cominciato a denunciare! Stanno prendendo forza anche grazie al progetto Dignità Job Singh di Tempi Moderni con Progetto Diritti, con il quale sono stati aperti degli sportelli itineranti, come quello che gestisco io. E le prime persone che sono venute da noi sono state cinque donne che ci hanno raccontato la loro storie. A volte raccontano e non denunciano. In questo caso hanno raccontato e hanno deciso di fare vertenza. Loro avevano lavorato nel nord della provincia di Latina, per sei mesi tutti i giorni, occupandosi della raccolta della frutta, e anche di incassettamento e lavaggio, senza prendere un euro. Nonostante il contratto. Solo una, incinta, ha avuto un acconto di 150 euro. Queste hanno denunciato e noi come Tempi Moderni stiamo seguendo la vicenda».

Come riuscite ad informarle che possono chiedere aiuto?

«Prima di tutto attraverso i social che, però, non gestiamo noi, ma facciamo gestire dai braccianti stessi. Poi, sempre attraverso gli indiani, nei templi. È fondamentale che la comunicazione sia interna alla comunità. Sicuramente c’è ancora un dato quantitativo basso, ma rispetto a cinque anni fa va meglio».

Le loro denunce hanno portato a procedimenti?

«Ci sono indagini in corso: alcune donne sono state ascoltate, ma i tempi del giudizio sono lunghi. Noi, quando cominceranno i processi, in quelli più gravi ci costituiremo parte civile».

La legge 199 sta funzionando?

«L’aspetto repressivo sta funzionando. Grazie a questa legge sono stati aperti processi e inchieste ovunque al Nord e al Sud. La 199, dunque, è ottima da questo punto di vista. E prevede anche la creazione di una rete. Ma in provincia di Latina, per fare un esempio, esistono novemila aziende agricole. Alla rete del lavoro agricolo di qualità ti devi iscrivere per partecipare al progetto di riforma. Sino ad ora se ne sono iscritte solo 117. Quindi, se non c’è volontà da parte del mondo dell’impresa di cambiare le cose, questa riforma non va bene e non è sufficiente l’uso delle manette».

Nel caporalato maschile, dopo il vostro lavoro di informazione, si è verificato un fenomeno: i caporali hanno smesso di assumere persone che già lavoravano nei campi, che avevano imparato l’italiano e che conoscevano i propri diritti e hanno cominciato ad assumere persone appena arrivate in Italia, proprio per poter avere a disposizione nuove vittime meno ‘problematiche’. Lo stesso si verificherà con le donne?

«È molto probabile: tutte le donne che abbiamo accolto sono state iper tutelate e non si fa mai il nome dell’azienda. Ma il rischio c’è. Diciamo che i caporali tendono a tutelarsi e a risolvere a monte il problema. In alcune aziende criminali, per esempio, la selezione della donna bracciante migrante che può essere oggetto di ricatto e violenza viene fatta sulla base di certe caratteristiche, come essere madre. Chi è madre è più ricattabile. E il caporale sa di potersi rifare sui figli o sa che può anche solo mettere in giro brutte voci su quelle donne. Una operazione piuttosto frequente che serve a imporre uno stigma tale che quella donna non lavorerà più».

Come formate queste donne?

«La denuncia è l’ultimo passo. Prima di tutto viene la formazione e l’informazione. Per fare questo contiamo sulla collaborazione di mediatori di alto profilo. Senza coscientizzazione non si può arrivare ad un cambiamento. La cosa importante è che loro, quando vengono da noi, si sentano al sicuro. È importante che conoscano i loro diritti per poi decidere liberamente. Inoltre fanno corsi di italiano e di diritto alla salute. Spieghiamo loro che possono rivolgersi alla Asl e in alcuni casi siamo noi a portarle dal medico. Parliamo di donne che o sono nate in italia o sono arrivate da noi tramite il ricongiungimento familiare, quindi sono tutte con il permesso di soggiorno».

L’età delle donne che vi chiedono aiuto?

«L’età più bassa intorno ai 24-25 anni. Quella più alta sui 50».





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