• Angela Iantosca

La libertà sa di riso con il pollo

La libertà per lei ha il sapore del riso con il pollo. L’amore è lo sguardo di Andrea ed ora anche il cuore della sua Sophie. La rabbia un sentimento da accettare e vivere, per attraversarlo e poi trasformarlo. L’indipendenza una bandiera di cui andare fiera. I viaggi un modo per seguire un richiamo e per sperimentare tutto ciò che si può fare in una vita, senza pensare ai limiti, a ciò che impedisce un cammino normale. Come una carrozzina. Quella carrozzina che fa compagnia a Giulia Lamarca da quando, il 6 ottobre del 2011, è caduta da un motorino guidato dal suo ex ragazzo.

Da allora ogni cosa è cambiata, prima di tutto lei che ha imparato a conoscere la stabilità della fiducia e dell’amore, gli occhi di chi ti guarda come se fossi simile agli altri, la gioia di stare e non scappare, la felicità di non sentirsi sbagliata, ma anche la paura, il dolore, la rabbia. E ancora la gioia di dare vita con suo marito Andrea ad una bambina e anche ad un nuovo lavoro fatto di viaggi e soprattutto di condivisione di esperienze così da poter aiutare chi si trova nella stessa situazione, per far comprendere come molto, se non tutto, si può fare, basta volerlo.

Tu sei psicologa e Andrea è fisioterapista. Quando avete deciso di trasformare la vostra passione per i viaggi in un lavoro?

«Da circa due anni e mezzo. Il primo anno lo abbiamo trascorso provando a capire come funzionasse, anche perché noi non nasciamo social, non siamo fotografi e neanche videomaker. Quindi da un anno e mezzo lo facciamo in modo professionale. Solo che è arrivata la pandemia e ci siamo dovuti fermare. Attualmente creiamo contenuti sui social, scriviamo il blog e viaggiamo, anche se non è detto che il viaggio venga fatto in collaborazione con tour operator o enti. Anzi devo dire che facciamo un po’ fatica in questo senso, credo causa carrozzina. Quindi spesso partiamo e paghiamo noi e poi magari cerchiamo degli sponsor. Per esempio Prime ci paga per la realizzazione di contenuti. Ma per ora comunque non abbiamo avuto grandi collaborazioni nel mondo del turismo. Ci siamo riusciti in Giappone, a Singapore e in Austria. In Italia no. Diciamo che l’estero è più reattivo»

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Come scegliete i luoghi da visitare?

«In alcuni casi, mi sento ‘chiamata’. Altre volte sono proprio curiosa. A volte leggo che una città è molto accessibile e allora decidiamo di andare in perlustrazione. Come è successo con Singapore indicata come una metropoli tra le più accessibili al mondo. Di solito quindi facciamo una via di mezzo tra ciò che amo e ciò che ama la gente, ma che non conosce. Come è successo nel caso di Disneyland Paris, un luogo che trovo molto inclusivo, ma con un sito sul quale non si capisce granché. Quindi un po’ siamo andati perché mi piaceva l’idea di andare ad un parco divertimento e un po’ per aiutare chi si trova nella mia condizione e potergli dire che, contro ogni previsione, è molto accessibile! Infatti è stato uno degli articoli più letti del blog perché abbiamo spiegato anche come avere sconti».

Avete pensato di scrivere delle guide?

«In cantiere ci sono tante idee: sia di scrivere o anche solo di vendere pacchetti. Al giorno d’oggi ci sono catene d’hotel che fanno più attenzione alla disabilità, città più inclusive. Noi per ora abbiamo un notevole database di informazione e prima o poi…».

Qual è la tua più grande paura quando hai avuto l’incidente?

«Il primo giorno dall’incidente la prima paura che ho avuto è stata quella di non poter avere figli. Perché ho sempre voluto averne. E per anni questa paura mi ha accompagnato. Per tanto tempo lo abbiamo cercato e non è mai arrivato. Una volta ho anche avuto un aborto spontaneo… Tutto il resto, dopo l’incidente, non mi ha mai spaventato: sicuramente sono stata dispiaciuta, triste per la situazione, ma non c’era qualcosa che mi facesse paura tranne la non-maternità... e sono diventata mamma!».


E Andrea, tuo marito, cosa dice della paternità?

«Lui è più felice di me. Perché lui l’ha sempre desiderato fin da giovane. Io prima volevo laurearmi e poi rimanere incinta. Lui, appena mi ha conosciuto, voleva diventare papà: Andrea è un po’ mammo…».

Che cosa è per te un limite oggi?

«Il Covid sicuramente. Ed è un po’ strano, perché io racconto sempre che, se hai dei limiti, hai anche le potenzialità per reagire. Il Covid ha dimostrato che non c’è una potenzialità. C’è la pandemia e noi non possiamo fare niente per contrastarla. La gravidanza anche mi ha messo più limiti della disabilità, perché, per esempio, certe vaccinazioni non puoi farle, in quanto rischiose. Diciamo che non so se chiamarlo limite, ma da quando sono incinta ho più accortezze che prima non avevo. Per la prima volta ho rinunciato a qualcosa per un altro bene… Per la gravidanza, per esempio, poiché non potevo fare il vaccino contro la malaria, abbiamo annullato un viaggio di lavoro in Kenya… comunque se ho imparato a viaggiare con una carrozzina, penso che riuscirò sicuramente ad imparare a farlo con un neonato!».

La libertà ha ancora il sapore del riso con il pollo?

«Sì! Sai quando fai qualcosa e vivi come una epifania? Anzi, quello in Asia è uno di quei viaggi che voglio fare di nuovo per andare a mangiare il riso!».

Quali sono i Paesi più inclusivi che avete incontrato?

«Credo che sia una sensazione personale, ma il Giappone è molto inclusivo, al di là della comodità nel viaggiare, lì mi sono sentita vista e per una persona che fa parte di una minoranza è una cosa importante. Anche a Singapore mi sono sentita paritaria. Forse in tutto questo ha inciso il fatto che mio marito sia per metà cinese e quindi il suo essere meticcio ha sempre generato negli asiatici un senso di familiarità in più nei nostri confronti, ma al di là di questo sono all’avanguardia non tanto sui diritti, quanto sul comportamento, sull’attenzione all’altro. Noi, sulla carta, abbiamo molti più diritti degli asiatici, eppure in città chi è in carrozzina patisce molto. Dico sempre questa cosa: se a Torino mi trovo di fronte ad un gradino e ad una difficoltà da affrontare, posso rimanere lì e nessuno mi vede. All’estero appena qualcuno ti vede di fronte ad un ostacolo, si ferma e ti aiuta!».

In caso di un cambio vita così forte, come è accaduto a te, cosa ti senti di consigliare di fare?

«Il primo step sicuramente è accettare di essere arrabbiati: se devi urlare urla, non importa cosa penseranno gli altri. Io i primi anni sono stata incazzata e secondo me è utile esserlo per un po’. Ho sempre trovato strano quando le persone dicono “ok andrà tutto bene”. Anche Superman ha momenti di rabbia. Ci sta legittimare la rabbia come passaggio da vivere per tornare a mettersi in gioco e credo sia bello sentirselo dire perché è la cosa che tutti fanno fatica ad accettare quella di avere un parente arrabbiato, lo dico anche da psicologa. Superato questo step, non mettetevi le etichette: io sono molto per la scienza, ma è anche vero che dobbiamo ricordarci che su alcune patologie non sappiamo tutto. In questi anni mi sono accorta che i dottori non sanno tutto e l’ho scoperto anche ora in gravidanza. Quindi il mio consiglio è di non diventare troppo disabili noi per primi. Se io lo avessi fatto, tante cose le avrei evitare perché pensavo di farmi male. Ok, sicuramente è una patologia, però il mio consiglio è di provare a fare qualcosa e poi di fermarsi se non ci si riesce. Se ti metti l’etichetta di disabile, che è quella che ti mettono già gli altri, a partire dal mondo del lavoro, non farai niente. Dal cucinare la pizza, a farsi il bagno, a farsi la doccia, la vita è fatta di piccole sperimentazioni».

Quanto è importante la famiglia?

«Bisogna vedere se la vicinanza è sana ed è difficile tirare le somme su questo argomento. Chiunque dovrebbe avere accanto una famiglia. Se guardo l’esperienza a ritroso, essere libera da una famiglia che non mi ha iper-protetto mi ha dato una marcia in più. Non mi hanno mai ostacolata nelle mie scelte, ma so che in caso di bisogno arriverebbero subito. In questi anni ci hanno sostenuto tanto e questo fa la differenza. Mi hanno sostenuta in silenzio. Credo, quindi, che ci sia un momento in cui c’è bisogno di una vicinanza fisica e un momento in cui le famiglie devono imparare a lasciare andare, altrimenti il rischio è l’accudimento continuo che diventa una cosa patologia».

"Prometto che ti darò il mondo" (DeAgostini)

Giulia Lamarca, 29 anni, è psicologa, formatrice aziendale e content creator. Il 6 ottobre 2011, a 19 anni, in seguito ad un incidente le è stata diagnosticata una paraplegia parziale. Dopo alcuni mesi in ospedale, dove ha conosciuto Andrea, allora tirocinante fisioterapista, ha ripreso pian piano in mano la sua vita. Insieme ad Andrea, diventato suo marito, viaggia da ormai dieci anni in giro per i cinque continenti, raccontando le sue esperienze prima sul blog “My travels: the hard truth” e poi sul suo profilo Instagram. Si definisce una changemaker e progetta di intraprendere un giro del mondo per promuovere un cambiamento globale che permetta a tutti di godere liberamente di quanto di bello ogni luogo ha da offrire. A settembre ha pubblicato il suo primo libro con DeAgostini “Prometto che ti darò il mondo” nel quale racconta la sua vita dal giorno in cui è cambiata.

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