• Angela Iantosca

L'Afghanistan delle donne di Tiziana Ferrario

Se chiude gli occhi sente il silenzio, la stanchezza di un popolo stremato e poi vede i colori delle vesti, gli occhi verdi dei bambini, la polvere e il fango sui piedi, i camion pieni di vettovaglie, le carovane, le tende, le case sventrate dalle bombe, ma anche i sorrisi, la ricostruzione, la tenacia delle donne, la determinazione e l’amore per una terra patria di contraddizioni, in eterno conflitto pur aspirando alla pace e che è chiamata il “cimitero degli imperi”.

Tiziana Ferrario è stata per anni inviata Rai dall’Afghanistan, Paese con il quale ha mantenuto un profondo legame, nonostante la distanza e al quale ha sentito di voler restituire qualcosa, scrivendo il suo primo romanzo “La principessa afghana e il giardino delle giovani ribelli” (Chiarelettere) con il quale dà voce alla principessa Homaira, tenace tessitrice di pace cacciata dal Paese, e a decine di altre donne che entrano ed escono dal racconto, mostrando la quotidianità e la ‘normalità’ dei sogni di un Paese e di donne che rischiano l’oblio.

Cominciamo dal tuo primo viaggio in Afghanistan.

“Il mio primo viaggio fu con Gino Strada: era il 2000 e c’erano i talebani al potere. Strada già lavorava in Afghanistan: aveva un ospedale in Panshir dove c’erano gli oppositori dei talebani, ma luì curava tutti, talebani e guerriglieri dell’Alleanza del nord. Questa è sempre stata la sua linea e questo gli ha permesso di fare un accordo con i talebani per fare un ospedale a Kabul e aiutare la popolazione che era stanca. Kabul allora era una distesa di macerie: nessuno aveva riconosciuto il governo dei talebani tranne pochi paesi… Ho un ricordo di un popolo stremato e silenzioso. Questo colpiva, il silenzio: non c’erano macchine, milioni di afghani erano scappati e vivevano nei campi profughi in Iran e Pakistan. Qualcuno aveva scelto la strada dell’Europa. C’erano molte donne sole con bambini e anziani. Era un paese stremato e fermo a una dimensione medievale dove non c’era niente di tecnologico. La gente girava in bici, la cosa più moderna che c’era, oltre alle moto dei talebani che controllavano che tutte le loro folli regole venissero rispettate. Ero andata in Afghanistan come inviata perché l’Italia voleva portare aiuti umanitari alla popolazione. Una situazione simile a quella attuale dove c’è una crisi umanitaria devastante e i talebani hanno bisogno degli aiuti internazionali, perché non arrivano gli stipendi, non arrivano medicinali se non con il contagocce. Quindi, in un contesto diverso rispetto a 20 anni fa, si ha una situazione simile. Gravissima”.

In quel caso l’interessamento da parte delle potenze occidentali ad un Paese allo stremo è arrivato con l’11 settembre.

“L’11 settembre è stato il passaggio successivo. Fino a quel momento le donne venivano lapidate negli stadi, eppure nessuno si era mai posto il problema di liberarle, la comunità internazionale aveva altro a cui pensare. Talebani e Afghanistan erano un problema lontano. Andati via i sovietici non interessava più ciò che accadeva. L’Afghanistan, dunque, è tornato sulle prime pagine dei giornali con l’11 settembre, perché Bin Laden si nascondeva lì, le caserme di Al Qaeda erano lì… Gli americani hanno cominciato a chiedere di consegnare Bin Laden e i talebani hanno risposto che era loro ospite… In quel momento il tema dei diritti delle donne non era il tema principale: il tema era vendicare la ferita inferta all’America. Il tema dei diritti delle donne è arrivato in un secondo momento, quando dopo i bombardamenti e la caduta dei talebani e l’arrivo dei soldati internazionali si è pensato anche ad una ricostruzione del Paese dal punto di vista giuridico oltre che economico. All’inizio l’idea era solo combattiamo il terrorismo: poi, una volta lì, la devastazione era tale che la comunità internazionale ha pensato di farlo tornare ad essere uno Stato in tutti i sensi. Così sono state aperte le scuole per le donne. E poi le Università e la possibilità di immaginare un futuro è stata più facile e semplice: c’è una generazione cresciuta in un Afghanistan con i talebani non al potere, nel quale era normale studiare e avere un lavoro in posti mai occupati dalle donne: magistratura, Università, polizia… Il paese che hanno trovati oggi i talebani non è lo stesso che hanno lasciato con la loro follia venti anni fa. E anche loro non son più gli stessi. Stiamo parlando di un altro mondo, di un altro Paese in cui le donne e le persone non sono più così disposti a farsi sottomettere. Ed anche i più conservatori non amano avere le figlie a casa da scuola: ormai ci sono famiglie conservatrici che pensano sia importante l’istruzione”.

In questi venti anni, nonostante la presenza degli americani, c’è stata comunque una sensazione di precarietà e di attesa di una nuova fine di tutto ciò che si stava costruendo?

“C’è stata sempre la sensazione della precarietà, perché gli stranieri ad un certo punto sono diventati forze di occupazioni. Quando gli americani non hanno mandato più i loro soldati a morire, hanno cominciato ad usare le forze di sicurezza afghane supportandole con i droni che, a volte, hanno sbagliato i loro obiettivi: è capitato che riunioni di matrimoni siano state scambiate per riunioni di terroristi. Questo ha creato tensioni. Sicuramente non era possibile per gli americani rimanere in una guerra più lunga, non c’era più una motivazione valida e anche Obama voleva tornare a casa, oltre che Trump che ha siglato l’accordo poi accettato da Biden, perché se l’avesse disdetto avrebbe dovuto rimandare altri americani… ma non c’erano le condizioni… Quindi in tanti volevano tornare a casa e gli afghani non tolleravano più la presenza di eserciti stranieri. La condizione per cui i talebani sono arrivati ancora prima del previsto è stata determinata dal fatto che il presidente è scappato e addirittura lo stesso ex presidente ha chiesto ai talebani di entrare in città altrimenti ci sarebbero stati saccheggi. Si è aperta dunque un’autostrada per i talebani che sono andati ad occupare un posto che sarebbe rimasto libero: l’alternativa sarebbero stati i saccheggi e il disordine. La ragione per cui oggi stanno governando e in qualche modo per i Paesi confinanti e per la stessa comunità internazionale sono diventati interlocutori”.

Quindi ci sono due livelli: un livello politico e un livello umanitario.

“Da una parte bisogna aiutare la popolazione perché ci sono tre milioni e mezzo di bambini afghani malnutriti e un milione che rischia di morire: fa freddo, ci sono molti villaggi nelle gole tra le montagne più alte del pianeta, non ci sono soldi, non c’è cibo e c’è una condizione economica devastante. Ma per portare aiuti bisogna avere degli interlocutori e questi interlocutori sono i talebani: non si può entrare senza trattare con loro. Oggi c’è una finestra di dialogo aperta con i talebani e va sfruttata per arrivare a chiedere delle condizioni diverse e più diritti per la popolazione visto che, se si guarda alle notizie che arrivano, come quella del taglio della testa ai manichini, se si cerca il flusso delle notizie dai siti afghani, emerge una censura incredibile, il problema della libertà di stampa, della violazione dei diritti umanitari”.

Le organizzazioni non governative che sono andate via il 15 agosto 2021 torneranno?

“Le Nazioni Unite sono rimaste lì e hanno questo dialogo aperto nella gestione delle medicine, nella distribuzione di cibo. Le organizzazioni come Pangea che sono non governative ancora non sono potute tornare. È tutto molto complicato. Quello che emerge è che c’è una maggiore sicurezza rispetto a prima: prima c’erano continui combattimenti eliminati dall’arrivo dei talebani. Ci sono afghani che stanno tornando nelle loro abitazioni, che prima erano scappati… Paradossalmente quindi oggi, con un controllo del territorio maggiore da parte dei talebani, ci sono le condizioni per muoversi meglio, per arrivare in zone dove prima non si poteva andare”.

Hai scritto questo romanzo dedicato alle donne afghane partendo dalla tua esperienza diretta come reporter dall’Afghanistan: perché la scelta del romanzo?

“Sono andata su e giù per dieci anni e ho sempre seguito le vicende, mantenendo rapporti con gli afghani. Questa volta ho scelto di non scrivere un reportage di guerra, ma di raccontare la realtà attraverso la forma del romanzo per arrivare a più persone. Ad alcune protagoniste ho cambiato il nome, ho immaginato i dialoghi, ma le storie sono tutte vere”.

Dalla lettura emerge la normalità dei desideri delle donne afghane, i sogni di chi non ha diritto di sognare, le speranze e la paura di perdere tutto. Ma emerge anche come non tutti gli uomini siano contro l’educazione delle figlie femmine.

“Alcuni padri non sono integralisti. Molti di loro sono andati via, portando via le famiglie e sono tornati quando c’erano condizioni diverse. Perché gli afghani vogliono tornare a casa. Mi ricordo nel 2002, quando finalmente era crollato tutto e stavano arrivando i contingenti internazionali, milioni di afghani che sono tornati a casa: ricordo i camion carichi di bambini, pacchi, masserizie che tornavano a casa. Sono molto legati alle loro tradizioni, alla loro cultura. Non sono un popolo triste come a volte viene rappresentato: sono belli e le bambine sono di una bellezza incredibile, sono colorati… Quando facevo l’inviata facevo una fatica a realizzare i servizi perché, nonostante ciò che stavo raccontando, nonostante le condizioni drammatiche delle scuole, di queste bambine che giocavano a calcio di nascosto, nonostante la povertà, i piedi viola delle bambine, le loro ciabattine, i piedi pieni di fango, le tende nelle quali vivevano, al montaggio appariva tutto bellissimo, perché ciò che emergeva erano i cieli azzurri di quella terra, gli occhi verdi di quelle bambine, le vesti colorate… e non sembrava tutto così drammatico… E’ un Paese davvero molto complesso abitato da gente fiera, sempre un po’ in conflitto, ma capace di unirsi se serve”.

Cosa dobbiamo fare come giornalisti e come persone per portare un aiuto?

“Noi dobbiamo parlarne e questo è sicuramente una responsabilità che dobbiamo sentire. Perché il problema non è risolto. Dopodiché noi, come Italia, siamo stati il Paese che ha accolto più afghani: ce ne sono 5000 solo nella nostra penisola, presenti in modo molto discreto per motivi di sicurezza. Se ci si informa con le organizzazioni locali e i propri comuni, sipuò riuscire a dare una mano a queste numerose famiglie che pian piano devono integrarsi. Sono scappati senza niente, all’improvviso, è molto dura per loro. Io personalmente ho aiutato una famiglia di un afghano che è stato per anni l’autista dei giornalisti Rai. Per una serie di circostanze fortunate, è riuscito a salire su un volo umanitario italiano e ha salvato la famiglia. A dicembre è nata anche una bambina: un segno di speranza! Sicuramente non è semplice ricominciare: lui è scappato perché non aveva più la possibilità di vivere, rischiava ritorsioni perché per anni ha lavorato con gli occidentali, aiutando i giornalisti. Ecco noi dobbiamo restituire ciò che ci hanno dato mentre eravamo in Afghanistan”.


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