• Angela Iantosca

Non è un mestiere per (soli) uomini

Volto del Tg1, professionale e sempre sorridente, Micaela Palmieri è un’anima gentile, attenta, scrupolosa e delicata. Entra nelle storie ogni giorno, ma lo fa in punta di piedi, chiedendo permesso e fermandosi senza forzare le porte che non vogliono aprirsi. Ma poi è anche determinata e testarda, così come deve esserlo una donna che ha scelto come professione e missione quella di giornalista. Ho avuto la fortuna di incrociarla professionalmente a San Patrignano, di condividere del tempo con lei e di dividere un palco sul quale è nato un rapporto di stima e amicizia fondata sulla stessa passione, sulle stesse urgenze e sul desiderio comune di raccontare storie.


Cosa ti ha spinto a fare la giornalista?

“La passione e la curiosità che ho sempre avuto di conoscere. Non mi sono mai accontentata della superficie, volevo tuffarmi nelle storie. Farle mie, viverle a volte con il corpo che si logora. In una parola: passione. Ho fatto la giornalista per pura passione”.


È un mestiere per soli uomini?

“A volte tendono a farti credere che sia così. Che il coraggio per affrontare un servizio doloroso o una situazione pericolosa sia esclusiva degli uomini, ma non ci ho mai creduto. Penso che la sensibilità che a volte nascondiamo, come se fosse una colpa, sia un dono che noi donne abbiamo e che ci rende ancora più forti”.


A cosa si rinuncia per questo mestiere?

“A niente, credo. Quando ami qualcosa non si può parlare di rinuncia. È complicato avere una vita stabile e a volte la libertà che questo mestiere ti regala si confonde con la solitudine, ma riempire la propria vita con chiunque o con qualsiasi cosa per paura può essere molto peggio… La passione genera rinuncia. Ma credo che la cosa bella sia che possiamo scegliere. E scegliere è uno dei doni inestimabili che abbiamo”.

Cosa significa essere voce e volto del Tg1 della mattina?

“Svegliarsi a orari improponibili cercando di simulare freschezza. A parte gli scherzi, è un privilegio che cerco di non dare mai per scontato. Il latino, che amo, ha sfornato una delle tante frasi che spesso mi ripeto: “Per angusta ad augusta”. Per arrivare alla soddisfazione si passa inevitabilmente per cunicoli stretti e perigliosi”.

"Next Stop Rogoredo": perché occuparsi di questo tema? Perché andare in quel bosco?

“Grazie a un amico, Antonio, un volontario cui poi ho dedicato il mio libro e la nostra inchiesta. Mi ha insegnato a cambiare prospettiva, a non soffermarsi sulle apparenze, a lottare per aiutare gli ultimi, per portare alla luce il loro dolore e non permettere che rimangano nell’oblio. Sono andata nel bosco della droga per due anni con lui per mostrare la sofferenza di ragazzi, alcuni poco più che bambini che per 2,3,4 euro si facevano di eroina e si distruggevano la vita. Grazie ad Antonio che ora non c’è più spero di aver dato anche solo un minimo apporto a far cambiare le cose”.


Come nasce un’inchiesta?

“Dalla testardaggine. Almeno per me è così. La notizia spesso è affrontata velocemente nei tg come è naturale che sia. A me piace approfondire, cercare, analizzare, raccontare. L’inchiesta penso sia questo”.


La paura che cosa è?

“La paura ti rende debole se non la sai gestire ma se la governi credo che possa essere la tua linfa. La prima volta che sono entrata nel bosco di Rogoredo ricordo che mi tremavano le gambe. Decine di ragazzi seduti per terra con le siringhe ancora infilate nel braccio, spacciatori armati. Ma ho capito che è proprio quando hai paura che si vede davvero chi sei, come sai affrontare le cose”.


Come è stato questo Natale?

“È stato un Natale frugale. La pandemia ci ha cambiato, ha modificato anche i giorni di festa: in pochi, distanti un metro almeno, con le mascherine o i tamponi negativi a tenerci compagnia. Ho sempre amato il Natale, da piccola contavo i giorni, restavo sveglia tutta la notte in attesa di Gesù bambino e di mio padre che inscenava un teatrino per me e mia sorella con regali e tazza di latte ristoratrice. Tempi bellissimi...”.



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