• Angela Iantosca

Non chiamatemi silenziosa

Il buio e il silenzio sono i suoi limiti. Quando combatte, il nemico è lei stessa. Ma non chiamatela 'silenziosa' perché lei ama ballare, vivere e farsi sentire!

Matilde Lauria ha 54 anni ed è sordocieca. Eppure, nonostante questo, è una judoka. Seguita dalla Sede Territoriale di Napoli della Lega del Filo d'Oro, nel 2021 ha coronato il suo sogno di partecipare alle Paralimpiadi di Tokyo, dove si è classificata settima nella categoria - 70kg.

Quando ha scoperto la passione per lo sport?

“Lo sport l’ho sempre praticato, sin da piccola. Ma non il judo. Lo sport in generale. Mio padre ha sempre cercato di rendermi più ‘normale’ possibile. Ho sempre fatto sport di tutti i generi. Dalla corsa, dai giochi della gioventù al salto in alto. Lo sport mi ha sempre dato un equilibrio, la sensazione di volare, di essere libera. La sensazione di essere decisa nelle scelte della vita”.

Cosa le dà il judo?

“Il judo è arrivato 16 anni fa. Portai il mio secondo figlio, Marco, che all’epoca aveva 3 anni, in palestra. Voleva fare questo sport. È stato il maestro Muscariello a dirmi di tentare. All’epoca ero cieca ad un occhio e vedevo le ombre dall’altro. Da quel momento in poi ho cominciato. Il judo mi ha dato tanto. E quando ho perso completamente la vista, mi sono integrata abbastanza bene. Mi ha dato tanto un senso di aggregazione con gli altri. Dal momento in cui ho cominciato judo ho avuto la sensazione di essere normale”.

Poi è arrivata la perdita dell’udito.

“Otto anni fa ho perso l’udito ed ho avuto paura che non mi facessero fare più sport. Ma è arrivata la Lega del Filo d’Oro con i suoi operatori. Loro mi hanno rimessa in piedi, perché la sordità da sola non riuscivo ad affrontarla. Già il buio intorno è difficile. Avere anche la sordità è terribile, perché non si sentono le ombre che si hanno intorno. Il judo mi dava l’equilibrio. L’udito mi dava le dimensioni spazio-temporali. È stata tosta, anche perché io sono una persona molto autonoma. Non avere l’udito, oltre alla vista, significa dipendere da qualcuno”.

Che cosa è accaduto?

“Mi è stata diagnosticata da un otorino del Policlinico di Napoli una sordità abbastanza grave a destra, mentre per la sinistra, dove si evidenziò una sordità moderata, si decise di realizzare le protesi. Ma non le ho messe subito perché non riuscivo ad accettare questa cosa. Anche per questo mi dissero di andare alla Lega del Filo d’Oro. Così è partito il piano terapeutico, le visite: hanno saputo rapportarsi con i miei residui sensoriali, mi hanno aiutata molto ed ho cominciato anche ad imparare il linguaggio dei segni e la dattilologia tattile. Inoltre c’è un volontario che mi sta aiutando con il Braille”.

Come hanno reagito i suoi figli?

“I più grandi erano abituati alla mia cecità. Il terzo è nato quando io ero già sorda e cieca. Era piccolissimo, non aveva neanche un anno e spostava i giocattoli quando passavo, mi prendeva per mano. Lui è abituato ad una mamma così. Paolae Marco, invece, si sono dovuti adattare”.

Come percepisce l'avversario in gara?

“L’avversario lo percepisco con mani e piedi. Quando tolgo la protesi, prima di salire sul tatami, devo fare un lavoro mentale e ho pochi secondi. In combattimento tolgo l’impianto. Quindi da quel momento sono cieca e sorda. Devo affidarmi all’intuito, a quello che percepisco in quel momento. La sensazione è molto strana: mi sembra lunghissimo il tempo quando tolgo la protesi. Ma so che è poco. Devo valutare come si muove l’avversario. Come devo fare l’attacco. Le vibrazioni sotto i piedi e le mani. Io sono l’unica atleta sordocieca al mondo che è andata a fare le Paralimpiadi”.

Con chi si scontra in gara?

“Io mi scontro sempre con atleti B2 e B3. B1 è cieco assoluto. B2 vede così così. B3 identifica le persone e i colori. Non mi sono mai scontrata con B1”.

Cosa è per lei un limite?

“Buio e silenzio”.

Come ha imparato a conviverci?

“Diciamo che quando vado a combattere, il nemico sono io, non l’avversario. Quando devo cominciare un incontro, devo respirare perché mi viene l’ansia dovendo togliere la protesi. Non riesco a superare questo aspetto. Anche se, quando sono stata alle Paralimpiadi di Tokyo il tecnico che mi ha seguita mi faceva stare tutto il tempo senza la protesi, non solo il momento prima di salire sul tatami, facendomi lavorare sulle mie potenzialità, non sui difetti. È stata tosta. Non è facile stare senza protesi”.

È arrivata settima, ma il messaggio che doveva lanciare lo ha lanciato.

“Sono andata là per dire: “Sappiate che anche i silenziosi, come dite voi, hanno una voce”. Io sono la persona che ha voluto dimostrare che anche un sordocieco può fare le Paralimpiadi. Era quello che volevo dimostrare”.

Chi le ha dato la forza di arrivare a Tokyo?

“In primis i figli e mio marito. Mi hanno sempre detto che potevo farcela. Gli altri erano più scettici. Mi dicevano: “Dove vai con doppia disabilità a 54 anni?”. Ma io credo che non esista l’età. Mi sono allenata meno di un anno in scherma. A marzo 2021 ho partecipato ad un campionato e ho vinto. E poi faccio sci nautico, equitazione e ho preso anche il diploma di istruttore. Volere è potere e nella vita bisogna sempre osare. Ho sempre detto, memore di mio padre: “La disabilità va vissuta, non combattuta”.

Come è ritornata da Tokyo?

“Sono tornata con aspettative diverse da prima. Mi ha arricchito tantissimo. Ho incontrato tante persone con disabilità sorridenti. Mi sono sentita normale tra i normali. Questa cosa mi ha fatto sentire sicura di me. Capìta. Un giorno avevo vicino a me un ragazzo inglese che faceva il tiro con l’arco con la bocca. Mi ha detto: “Come si può non vedere e sentire? È tosta!”. E io: “Ma come si fa a tirare l’arco con la bocca?”.

A chi sente di dover dire grazie?

“Anche alle persone che non avevano fiducia in me. È stato un motivo in più per dimostrare di cosa sono capace. Ma il grazie lo rivolgo un po’ a tutti, anche all’Unione ciechi che mi ha supportato”.

Quale è la sua più grande vittoria?

“Credo mio figlio Gabriele, il terzo. Ha otto anni. Quando ho saputo di essere incinta, prendevo il cortisone, l’ho partorito a 46 anni. Era già di 4 mesi quando ho saputo di essere incinta. Tutti mi dissero di abortire perché questo figlio mi avrebbe creato una trombosi. Tutti me lo dicevano a fin di bene. Ma io non ho voluto. Ho rischiato la vita. Ho sospeso tutti i medicinali e ho detto che avrei portato avanti questa gravidanza. Ed è nato con parto naturale. La verità è che, se uno è positivo dentro, le cose vanno nel verso giusto!”.

Che messaggio si sente di portare con il suo esempio?

“Mi scrivono in tanti! Il mio messaggio è quello di smuovere tutti. La disabilità va vissuta. E poi bisogna farsi spazio e dire “io ci sono”, “non sono silenzioso”. Mi dà fastidio quando mi chiamano silenziosa. Mi piace vivere, ballare, parlare. Il fatto che non posso sentire e vedere non significa niente. Ai genitori dico: “Spronate i vostri figli e credete in loro”. Molti genitori domandano: “Come può mio figlio fare una vita normale?”. Se ci credi, vai oltre. Bisogna far smuovere la burocrazia, perché è lei che fa le distinzioni. La verità è che io ho avuto spesso difficoltà nelle palestre perché non sapevano come comportarsi con una persona sordocieca, perché si dovrebbe prevedere una formazione adeguata ovunque, in modo da rendere più facile l’integrazione per tutti”.

Che supporto dà la “Lega”?

“La Lega del Filo d’Oro mi ha sempre supportata, in ospedale, durante le visite mediche. Sempre. Inoltre, con loro facciamo attività di informazione, andiamo nei musei, al mare, organizziamo viaggi, facciamo lavori manuali e corsi di Braille”.

Cosa rimane delle Paralimpiadi?

“Vorrei ricordare che hanno valore anche quelli che non hanno vinto. Perché per arrivare là hanno fatto una fatica enorme. È stato un duro lavoro anche da un punto di vista emotivo. È normale voler vincere, anche io avrei voluto, ma ci sono cose che sono importanti al di là della vittoria. Spesso anche il solo essere arrivati lì equivale ad un podio!”.




20 visualizzazioni0 commenti

Post recenti

Mostra tutti