• Angela Iantosca

Scrivere è come tessere

Donne, ricami, memoria, storie e un tempo scandito da ago, filo e parole che, intrecciandosi, tessono tele ed anni. “L’ultima ricamatrice” è il più recente romanzo, edito da Piemme, di Elena Pigozzi, un testo poetico ed evocativo con protagonista e voce narrante un’anziana donna, Eufrasia, che ama le parole e il cucito, e che tesse con ago e filo trame di storie iniziate da altre donne prima di lei… Tante vite si intrecciano in queste pagine, tanti amori, ma soprattutto l'amore per la vita stessa e per un'arte millenaria che sono la vera eredità dell'ultima ricamatrice

Scrivere è come tessere: quando ha iniziato a tessere?

“Sin da piccola ma senza consapevolezza. Dapprima poesie, poi, dal liceo in avanti, racconti e ritratti umoristici. Le mie due nature: ironica e lirica. Va detto che la consapevolezza di scrittrice è arrivata tardi, quando mi sono "data" il permesso di raccontare”.

Quanto è importante la trasmissione della memoria, anche quella delle arti?

“Importantissima. Credo sia un bisogno dell'uomo: la necessità di lasciare traccia. Se pensiamo alle grotte di Lascaux, o alle "tracce" che l'homo di Neanderthal ha sentito la necessità di trasmettere, la risposta è nel nostro Dna. L'arte, intesa come mestiere, disciplina ed esperienza insieme, è un serbatoio di conoscenze che hanno costituito il nostro "made in Italy" e va preservata. L'artigiano "tramanda", consegna "bellezza". Si pensi ai decoratori, ai mosaicisti, ai vetrai... La lista è lunghissima e costellata di opere d'arte”.

Da dove nasce il romanzo?

“Dall'amore per l'arte del racconto e delle storie. Il romanzo è una grande metafora sulla scrittura e sull'esercizio del raccontare. È anche un grande omaggio allo scrivere e al costruire storie e, più ancora, al fruire delle storie. Le storie ci vengono consegnate e noi le consegniamo ad altri”.

Quanto la sua vita è fonte di ispirazione?

“Totalmente, non potrebbe essere altrimenti, perché la scrittura è autentica se pesca nel vissuto di chi scrive. Altrimenti si farebbero astrazioni, fredde e senza anima”.

Raccontare è un'arte dimenticata?

“Non lo sarà mai. Prenderà forme e supporti, o meglio media differenti. Cambierà tipo di formato e quindi anche di contenuto, ma le storie e chi le racconta ci saranno finché ci sarà l'uomo”.

Come si può cucire il passato al futuro?

“Con il senso più importante: l'ascolto. Ascoltiamo le storie, le vite, le esperienze e le consegniamo a chi viene dopo. Siamo prima "orecchio" e poi "bocca"”.

Quanto il presente sta mostrando di avere poca memoria?

“Domanda difficile, a cui rispondo a pelle e per me. Siamo incapaci anche di vivere il presente, perché proiettati nel domani, cioè in una dimensione d'attesa che "sospende" l'hic et nunc, impedendoci di afferrare ciò che si sta vivendo; in questa dimensione il passato assume sempre più i contorni di un oggetto misterioso, difficile da decifrare, che ha perso il suo potere di insegnamento, perché è troppo impegnativo. È più gettonato il "vivere facile", che non può avere un passato per definizione. La domanda solleva un nervo scoperto della nostra società, che andrebbe indagato con ampiezza, la mia resta una risposta immediata e non definitiva”.




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