• Angela Iantosca

Wallis Simpson, una sola debolezza

Intrighi, passioni, amori, corti, corone, matrimoni d’interesse e convenienza e poi tradimenti, figli segreti, verità nascoste, duelli d’onore, ferite mortali, sguardi, desideri e lettere imbrattate d’inchiostro e lacrime… E poi il fruscio delicato delle stoffe eleganti, il ticchettio dei ventagli, strumenti di seduzione prima che oggetti atti a procurare refrigerio. E i bustini, i lacci tirati e i capelli accomodati in acconciature complicate. Sono cresciuta con quel piano sequenza immortale che accompagna Daniel Day Lewis attraverso i corridoi di una casa signorile in una delle scene iconiche de “L’età dell’innocenza”, con le gote pallide di Kate Winslet in “Ragione e Sentimento” e più recentemente con “Bridgerton”, la serie tv di Netflix, che ha tenuto incollati davanti agli schermi milioni di telespettatori, ma soprattutto di insospettabili romantici, per conoscere le sorti della coppia Phoebe-Regé. Senza escludere il nuovo programma “Come una volta. Un amore da favola” dating show, prodotto da Casta Diva (di cui è CCO Massimo Righini), disponibile in esclusiva sulla piattaforma discovery+, dal 6 gennaio 2022, che è già la mia nuova passione!


Ma anche la letteratura ha sempre prodotto molto in tal senso. E uno dei bacini più ricchi a cui attingere per dar forma a storie, per far luce nelle stanze più buie, per provare a svelare l’indicibile è da sempre stata la corona inglese. Ad una figura sconosciuta ai più, ma centrale, ha dato corpo e voce recentemente Elena Mora, giornalista e già autrice di diversi libri, con “Wallis Simpson. Una sola debolezza” (Morellini Editore).

Perché hai deciso di raccontare la storia di Wallis Simpson?

“Perché per questa nuova collana, Singolare Femminile, di Morellini, Sara Rattaro mi ha chiesto di raccontare una donna la cui storia fosse, secondo me, particolarmente interessante. Wallis Simpson, che ben prima di Megan si è presa il suo principe, lo ha allontanato dalla corte, dalla famiglia, dal titolo, mi affascinava da sempre”.

Quanto è importante il punto di vista femminile nella narrazione?

“Credo che sia ora di fare raccontare alle donne le loro storie: con un punto di vista che non sia quello degli storici, sempre un po' miopi o prevenuti”.

Cosa secondo te si continua a narrare solo dal loro punto di vista?

“Credo che per un uomo sia difficile comprendere le sfumature di affetti, di speranze e frustrazioni di una donna. E che, per solito, si cerca la via più facile, quella in bianco e nero. Wallis era la cattiva della storia e solo di recente gli storici hanno realizzato che, senza di lei, forse, l'Inghilterra sarebbe una repubblica e persino tutta la storia d'Europa sarebbe stata diversa, con il re che per amor suo ha lasciato il trono , Edoardo VIII, che aveva simpatia per i nazisti”.

Quanto la sua storia è simile a quella che sta vivendo la Corona inglese?

“E' curioso che a distanza di un secolo una americana divorziata arrivi a sconvolgere la corona. E, sebbene Meghan sia stata accettata a corte, malgrado quanto lei dica, ben più di Wallis, il confronto fra le due culture è stato uno scontro. Le si è rimproverato di essere una attricetta di Los Angeles: ma lei quello era, una attricetta di Los Angeles!”.

Wallis è protagonista di una messa in scena che dura una vita che la fa apparire felice, ma in realtà è prigioniera: come Diana? Come la Regina Elisabetta? Come lo poteva essere Meghan? Come lo è forse Kate?

“Credo che la regina Elisabetta abbia scelto il suo ruolo, e con grande dedizione lo abbia ricoperto per 70 anni; Wallis probabilmente non voleva che Edoardo VIII abdicasse e sì, si è trovata vittima di un destino che non aveva scelto. Per Diana è stato diverso: in un primo momento ha creduto al suo sogno d'amore, poi si è scontrata con le sue nevrosi e con un ruolo difficile da sostenere anche per una persona ben più solida di lei”.

E' ancora necessaria l'apparenza per la Corona d'Inghilterra?

“In realtà per una regina, nel suo ruolo, l'apparenza è tutto. Elisabetta è un simbolo, una certezza, ormai quasi un elemento del panorama: non a caso nei decenni non ha cambiato nulla, nemmeno la sua pettinatura. D'altra parte è sui francobolli, sulle monete; la quasi totalità degli inglesi ha vissuto la sua vita con lei come regina”.

Lo stile, l'eleganza, la moda, la scelta di certi gioielli sono anch'essi una corazza e al contempo un modo per lanciare messaggi?

“Sia per Wallis che per Elisabetta i gioielli sono stati e sono dei simboli. Per la Simpson erano il succedaneo di una corona che non aveva; Elisabetta li usa proprio a livello di comunicazione, come quando, con grande ironia, per incontrare Trump, che non credo le stesse molto simpatico, aveva indossato una spilla semplice, regalo di Obama”.

Quando hai cominciato ad appassionarti alle trame della Corona inglese?

“Sai, credo che le regine abbiamo un grande fascino un po' per tutti: non a caso le favole iniziano sempre con un re, una regina, una principessa...”.

Quanto hai ritrovato veridicità in The Crown?

“The Crown, oltre a essere uno straordinario programma televisivo, è estremamente curato e documentato. Certo, con la "mia" Wallis e con Edoardo VIII sono stati particolarmente feroci, rappresentandoli come, a dire il vero, erano, fatui e mondani; ma montando anche le immagini di loro nel loro incontro con Hitler, uno dei grandi errori della loro vita”.




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